Archive for dicembre, 2017

Dieci consigli per Feste e “dopo-Feste”

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Natale e tutte le feste che seguono sono un piacevole momento di convivialità da trascorrere spesso a tavola, in cui stare insieme a chi si vuole bene. Sono quindi per molti, momenti di spensieratezza mentre per altri – purtroppo – anche una fonte di preoccupazione. Perché? A causa del cibo (abbondante e solitamente ipercalorico) e per le situazioni sociali di vario tipo che ne comportano la presenza quali cene, pranzi, feste, balli e quant’altro. Non parliamo poi dei vari brindisi e dolci che accompagnano questi momenti di festa.

Le tentazioni si moltiplicano durante le Feste
In qualsiasi luogo le trascorriate, durante i periodi di Festa, le tentazioni sono molte e talvolta è difficile non cedere al richiamo mettendo da parte diete e buoni propositi, che in questo momento dell’anno non mancano mai. Per molti (e davvero sono tanti) è difficile non concedersi il piacere di mangiare ciò che solitamente non si può o non è presente durante gli altri mesi dell’anno.

Che male può fare il pandoro, il panettone o il torrone ad esempio? Nessuno. Basta che le porzioni rimangano adeguate, come il loro numero. Se “una” fetta (piccola) è giusta, “due” possono essere già troppo.

La gestione del cibo diventa inoltre molto complessa, quando non drammatica, soprattutto per chi già durante l’anno lotta con il proprio peso. Per queste persone, il problema principale resta lo stato d’animo prima e dopo ogni momento in cui si affronta il cibo. Anche un solo pezzo di pane, o un morso di qualche dolce può far pensare di aver esagerato (la cosiddetta abbuffata soggettiva), colpevolizzandosi e rovinando un momento che potrebbe essere piacevole.

I sensi di colpa, per non essere stati in grado di controllarsi, il timore di non ritornare in forma o di non poterlo mai essere, potrebbero spingere al digiuno, nella speranza di riuscire a perdere il peso ritenuto in eccesso.
Non fatelo.
Digiunare (ma anche togliere totalmente – e di propria iniziativa – grassi e/o carboidrati dalla propria alimentazione) equivale a rivedere entro breve tempo tutti i kg persi, con gli “interessi”.

Perché il sale favorisce la ritenzione idrica?

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Il sale (cloruro di sodio o sale da cucina) è contenuto naturalmente in tutti gli alimenti ma più questi sono elaborati più è probabile che siano ricchi di sale. Un’alimentazione scorretta e un apporto eccessivo di calorie favoriscono l’eccesso di sale che contiene cloruro di sodio. L’eccesso di sodio produce subito ritenzione idrica e se è abituale può provocare problemi di salute come l’ipertensione e disturbi cardiovascolari e può favorire l’accumulo di grasso.

L’effetto del sale (cloruro di sodio) sull’accumulo di liquidi (ritenzione idrica) e di grasso è dovuto a vari meccanismi, eccone alcuni.  L’eccesso di sodio produce rapidamente ritenzione idrica per effetto osmotico.

Il sale stimola la sete e poiché chi è in sovrappeso od obeso tende a bere più bibite gassate e ricche di zuccheri piuttosto che acqua, viene favorito l’apporto energetico.

Il sale stimola anche la fame, riducendo la produzione di leptina, un ormone anoressizzante.

Quando aumenta il consumo di sale, tende a ridursi la secrezione di noradrenalina, un ormone indispensabile per sciogliere i grassi. Questo provoca una minore disponibilità di energia proveniente dai grassi, che ostacola la perdita di peso.

La presenza di troppo sale nell’apparato digerente aumenta l’assorbimento degli alimenti ricchi di zuccheri durante la digestione. La presenza di molto sodio in circolo favorisce l’accumulo di energia nel tessuto adiposo. In sostanza, l’energia invece di andare nei muscoli, si accumula nel grasso (cellule adipose). Ma non è finita: troppo sale, stimola l’eliminazione di magnesio e potassio.

A parità di apporto di sale, più si è in sovrappeso e maggiori saranno gli effetti negativi dell’eccesso di sale.

Strategie antiritenzione a tavola

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Quando accumuliamo tossine e liquidi che non riusciamo a smaltire, si verifica quello che i medici chiamano edema, più conosciuto come “ritenzione di liquidi” o “ritenzione idrica”.

 

La ritenzione di liquidi causa gonfiore dei tessuti, con accumulo di liquidi (acqua, sa li, tossine) negli spazi tra una cellula e l’altra (spazi interstiziali). Le dita, il seno, lo stomaco, le gambe, le caviglie si gonfiano. Il disturbo interessa soprattutto le donne  e si fa sentire soprattutto nel periodo prima del ciclo mestruale o durante.

Quali sono le cause?
Le cause possono essere diverse: alimentazione sregolata, abuso di sale, vita sedentaria, carenza di minerali come potassio e magnesio, ipersensibilità verso alcuni alimenti, squilibri degli ormoni, pillola contraccettiva, stitichezza, intossicazione, stress, cattiva circolazione con aumentata permeabilità dei capillari.

 

Ecco 6+1 utili consigli dalla dr.ssa Emanuela Russo di Emotifood, per combattere il problema a tavola. In generale, la ritenzione idrica può essere migliorata limitando sale e alimenti ricchi di sodio e aumentando la quantità di verdure e frutta ricche di potassio. Una sana alimentazione fornisce  naturalmente la giusta quantità di sodio e di potassio ma i metodi di cottura con aggiunta di sale a ogni pietanza e quelli di conservazione di molti prodotti industriali alterano questo equilibrio.

1. Limitare il consumo di sale
Meno sale, più salute! Consideriamo che per ogni 10 g di sale (cloruro di sodio), l’organismo trattiene circa 1300 ml di liquidi, che corrispondono a circa 1.100 g di peso. Occhio quindi all’etichetta quando acquistate un prodotto: controllate sempre la quantità di sale. Se dovete scegliere preferite il sale iodato.
Tenete conto che le fonti “nascoste” di sale … possono essere anche dolci. Il sodio, minerale contenuto nel sale da cucina (cloruro di sodio), è presente in tutti i tipi di frutta, nei vegetali e nei cereali ed è contenuto nella maggior parte degli alimenti confezionati, inclusi i condimenti per insalata, i biscotti, le merendine,  il pane, le salse e perfino alcuni ortaggi in barattolo. Non è così difficile consumarne di più di quanto necessario. Ogni giorno, come raccomanda l’Organizzazione Mondiale della Sanità, non bisognerebbe superare i 5 grammi di sale da cucina, che corrispondono a circa 2 grammi di sodio, ovvero all’incirca quelli contenuti in un cucchiaino da tè.

2. Limitare l’assunzione di alimenti ricchi di sale

I principali sono le patatine fritte in sacchetto, i formaggi stagionati, i salumi e gli insaccati che non vanno mangiati abitualmente, minestre e primi piatti liofilizzati o pre-confezionati, pesce e carne in scatola, alimenti sotto sale come capperi, acciughe, olive, cracker salati. Non sono da abolire totalmente se ne traete piacere ma certo non vanno consumati tutti i giorni.

3. Attenzione anche al pane!

Lo sapevate che il pane è la principale fonte di sale nella nostra dieta?  Sembra strano ma è proprio così, insieme ai vari prodotti da forno (biscotti, crackers, grissini ma anche merendine, cornetti e cereali da prima colazione). Infatti, i derivati dei cereali sono una fonte importante di sale, perché li consumiamo tutti i giorni e in quantità più elevate rispetto, per esempio agli insaccati, ai formaggi, al pesce in scatola e perfino alle patatine fritte che in assoluto contengono maggiori quantità di sale ma che non sono consumati tutti i giorni (si spera!).

4. Insaporire i cibi in modo alternativo, per esempio erbe aromatiche e spezie
Tenuto conto delle correlazioni esistenti tra il consumo di sale e l’insorgenza di ipertensione, consumo di grassi e malattie cardiovascolari, è consigliabile insaporire i cibi con erbe aromatiche (come aglio, cipolla, basilico, cumino, prezzemolo, rosmarino, tipo, menta, salvia, origano, maggiorana, sedano, porro, semi di finocchio, erba cipollina etc) e spezie (pepe, peperoncino, noce moscata, zafferano, curry, paprica, zenzero).
Succo di limone e aceto sono ottimi per esaltare il sapore dei cibi con un occhio alla salute.

5. Limitare l’uso del dado, insaporitori alimentari, salsa di soia

Anche alcuni condimenti, utilizzati in sostituzione o in aggiunta al sale sono ricchi di sodio. È il caso per esempio del dado da brodo (anche come granulato), del ketchup e della salsa di soia, molto ricca di sale. E’ quindi consigliabile moderare l’uso di questi condimenti e utilizzarli solo in rare occasioni speciali.

“Alimenti Light” uguale leggeri?

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In commercio ci sono lo yogurt, il formaggio, gli snack, le brioches e persino il burro in versione leggera. Ma cosa si nasconde davvero dietro a questa dicitura: bugia o verità? Scopriamolo insieme.

Quando ti trovi di fronte a un prodotto etichettato come “light”, ammettilo, ti senti già un po’ più serena. Sì perché, anche se si tratta di uno di quegli alimenti che il tuo nutrizionista ti ha consigliato di consumare con moderazione, credi di essere autorizzata ad acquistarlo – e soprattutto a gustarlo senza troppi indugi – perché “tanto nella versione leggera tutto è concesso”.

Alto là, facciamo un passo indietro: ti sei mai chiesta che cosa significa davvero light? E ancora, leggero rispetto a che cosa?
Gli alimenti etichettati come light sono generalmente prodotti alimentari che forniscono meno calorie rispetto agli equivalenti tradizionali. Ad essere ridotti sono principalmente gli zuccheri o i grassi. Per colmarne la carenza però, e mantenere il sapore e la consistenza degli alimenti originali, spesso si ricade nell’aggiunta di additivi come ad esempio dolcificanti, aromatizzanti e conservanti, che certo non possono dirsi salutari.

 

Facciamo alcuni esempi

Prendiamo un cornetto alla crema, ricco di grassi, zuccheri e calorie: non è detto che nella versione “light” il suo valore ed apporto calorico risultino soddisfacenti da un punto di vista nutrizionale. Ovvio, la brioche alleggerita sarà sicuramente migliore rispetto alla versione tradizionale, ma comunque non salutare e bilanciata quanto un piccolo toast integrale farcito con della bresaola o del prosciutto cotto. È la legge della relatività.

Stesso discorso vale per la maggior parte dei formaggi che rimangono pur sempre un concentrato di grassi: a salvarsi sono ben pochi, come ad esempio la ricotta, povera di lattosio e prodotta con il siero.

Gli alimenti light possono dunque rappresentare un’alternativa nelle diete dimagranti, ma il vero segreto per mantenere la linea o perdere i chili di troppo non sta affatto nel riempire il carrello di prodotti “alleggeriti”. Sta piuttosto nello scegliere il più possibile alimenti magri “alla fonte” come carni bianche, pesce, uova, yogurt magro, frutta verdura e cereali integrali.

Visto e considerato l’elevato prezzo di questi prodotti, chi conduce uno stile di vita sano (alimentazione varia ed equilibrata e un po’ di movimento ogni giorno) può tranquillamente farne a meno.

Emanuela Russo

Chiedi agli esperti

Non piacersi già a tre anni… insoddisfazione corporea?

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Segnali di insoddisfazione per la propria immagine corporea possono esserci molto presto: ‘campanelli di allarme’ si riscontrano già a tre anni.

È il preoccupante dato che emerge da un sondaggio svolto con 361 questionari in Gran Bretagna dalla Professional Association for Childcare and Early Years (Pacey), che si occupa di formazione del personale per l’infanzia. Quasi un terzo di assistenti e staff di asili e scuole ha rilevato che circa il 10% dei bambini si vedevano “brutti” e si “etichettavano” come grassi. Sono stati inoltre segnalati casi di bambini che hanno rifiutato il cibo per timore di ingrassare. La situazione, sempre secondo questa indagine, è risultata ancora peggiore nei ragazzi dai 6 ai 10 anni.  In questo caso, ad avere problemi con la propria immagine corporea sarebbero quasi la metà dei ragazzi.  Sembrerebbe che già in bambini di 4 anni d’età vi sia la conoscenza di strategie per perdere peso.

Quali sono le cause di questa precoce insoddisfazione corporea?

In questo caso, secondo l’indagine e il buonsenso, un ambiente familiare e scolastico (ma anche extrascolastico) dove si parlino molto spesso di corpo e le figure di riferimento appaiano giudicanti agli occhi dei piccoli, possono influenzare fortemente la loro visione del mondo, facendoli sentire, sin dall’infanzia come inadeguati.

Il Body Image Research Group diretto proprio dal dr. Emanuel Mian, ora responsabile scientifico di Emotifood, aveva già indagato su questa problematica nel 2007 valutando l’insoddisfazione corporea in ragazzi di 8 anni, con dati allarmanti.

Dati che sono stati confermati ancora più fortemente nei ragazzi di 13 e 16 anni. Una ragazza su tre, nella prima e terza liceo, sarebbe a rischio per un disturbo dell’alimentazione e della nutrizione.

Con le spezie c’è più gusto

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Spesso ad appesantire i nostri piatti, anche quelli apparentemente light, è l’abuso di condimenti. Può sembrarti un dettaglio trascurabile e invece no: se vuoi raggiungere il tuo obiettivo devi imparare a limitarli, oppure a sostituirli in modo intelligente, per esempio usando le spezi. Ecco allora qualche suggerimento utile per te.

L’insalatona: è davvero light?

Quando sei a dieta, sei convinto che la scelta migliore che tu possa fare, soprattutto se sei costretto a pranzare fuori casa, sia ordinare una bella insalata. Come darti torto, potrebbe anche essere una buona idea se solo ti limitassi nell’uso dei condimenti. E invece no: molto spesso (prova a pensarci) l’olio abbonda nella tua ciotola e a fargli compagnia ci sono sale (come se piovesse) e salse di vario genere (spesso non ben identificate). Così anche una semplice insalata si trasforma in un attimo in una bomba calorica, travestita da healthy food. Se poi, per fare la scarpetta, ti ritrovi a svuotare (non sai nemmeno tu come) il cestino di pane bianco che la cameriera ti ha gentilmente portato a corredo del piatto, la tua glicemia (livello di zucchero nel sangue) è spacciata. Sale a picco come fosse sulle montagne russe per poi scendere vertiginosamente, innescando una serie di processi che non solo mandano a monte la tua dieta, ma riaccendono la fame – proprio come se non avessi mangiato – e a lungo andare, infiammano le tue cellule con conseguenze serie per la tua salute.

Non ti sto chiedendo di rinunciare all’olio – sia chiaro – anche perché, se scegli quello extravergine d’oliva di buona qualità, fai il pieno di grassi buoni e polifenoli: ti sto solo suggerendo di utilizzarne un cucchiaio da minestra a pasto (e non di più). Meglio evitare maionese, checkup e similari, a favore della senape (contiene pochissime calorie ed insaporisce alla grande i tuoi piatti) e delle spezie, vero elisir di lunga vita. Sì perché negli ultimi decenni curcuma, curry, pepe, peperoncino & company sono divenute oggetto degli studi della ricerca scientifica che ne ha portato alla luce le innumerevoli proprietà benefiche, alcune ben note fin dall’antichità a dire il vero.

Puoi spolverarle sui cibi, mixarle tra loro a creare un condimento perfetto per insaporire la carne, il pesce, e – perché no – anche la macedonia (pensa alla cannella, per esempio). Inventa, sperimenta, agita e gusta. Qui di seguito trovi cinque delle spezie più note con le loro proprietà, tra le più studiate. A te la scelta!

5 spezie dalle mille virtù

  • La curcuma è una spezia di origine orientale, con un elevato potere antinfiammatorio, antidolorifico e antiossidante. Secondo le tradizioni mediche di molti popoli (medicina ayurvedica in primis) vengono attribuite alla Curcuma proprietà benefiche e salutistiche in una grande varietà di disturbi, grazie soprattutto alla curcumina, il principale pigmento appartenente alla classe dei Considerando che l’obesità e il diabete sono malattie con una forte componente infiammatoria, gli studiosi stanno cercando di evidenziare effetti positivi e benefici anche in queste patologie. Molti studi sono in corso.
  • Il peperoncino ha principalmente un effetto depurativo ed antinfiammatorio. Contribuisce al buon funzionamento del sistema cardiocircolatorio ed aiuta a tenere a bada i livelli di zucchero e colesterolo nel sangue.
    Nel peperoncino piccante (hot pepper) è stata evidenziata la possibilità di agire positivamente sulla salute grazie ad alcune sostanze, principalmente capsaicina e diidrocapsaicina. Alcuni studi hanno documentato che il recettore della capsaicina (TRPV1) è distribuito in modo ubiquitario nel cervello, nei nervi sensitivi, nelle radici dei gangli dorsali, nella vescica e nei vasi sanguigni. Il TRPV1 è ben noto per il suo ruolo significativo di contrasto a infiammazione, stress ossidativo e sensazione di dolore.
    Alcuni studi sperimentali di laboratorio e condotti su volontari hanno evidenziato benefici interessanti del peperoncino piccante nella prevenzione di molte patologie croniche come l’obesità, il diabete di tipo 2, le malattie cardiovascolari ma anche disturbi gastrointestinali, tumori, dermatopatie e vescica neurologica. C’è comunque sempre da considerare che le quantità di estratto di peperoncino o di capsaicina utilizzati negli studi spesso sono molto alte e non raggiungibili con il consumo normale dell’alimento, il cui uso va sempre contestualizzato alle condizioni di vita e di salute di ogni persona. E questo vale per ogni alimento o spezia che sia, senza eccezioni. Non esistono pillole magiche ma il segreto è sempre un sano stile di vita.
  • La cannella è perfetta da utilizzare per regalare un po’ di sapore a latte, yogurt, tisane, dolci fatti in casa, frutta cotta, purea di patate, etc. Oltre al gusto piacevole, questa spezia è un concentrato di benessere poiché secondo gli studi più recenti sarebbe in grado di regolare gli zuccheri nel sangue, ridurre i dolori causati dall’artrite, e lenire mal di gola e raffreddore. La ricerca scientifica le attribuisce anche un’azione protettiva anticancro, quando usata regolarmente.
  • Lo zenzero (ginger) è noto per la sua funzione digestiva e depurativa: per questo viene molto spesso utilizzato fresco, in aggiunta a tisane e centrifugati. Ottimo quando si hanno bruciori di stomaco, nausea o sensazione di vomito, far bollire un pezzetto di radice e berne l’infuso che si ricava. Aiuta inoltre a contrastare la ritenzione idrica ed ha un elevato potere antinfiammatorio. Studi scientifici ne hanno dimostrato infine un’attività antidolorifica in caso di artrite.

Il curry è un mix di varie spezie, principalmente curcuma e pepe nero. A volte può contenere anche zenzero, cumino, cardamomo, chiodi di garofano e zafferano, in base alla provenienza. Secondo le evidenze scientifiche l’abbinamento del pepe alla curcuma, rende quest’ultima più biodisponibile e dunque più assorbibile dal nostro organismo. Il curry possiede dunque tutte le proprietà della curcuma amplificate: è un potente antiossidante, aiuta a prevenire l’infiammazione cellulare (alla base dello sviluppo delle malattie croniche come diabete, patologie cardiovascolari ecc.); il suo uso regolare aiuta a contrastare le malattie neurodegenerative tra cui l’Alzheimer.

Usiamo la… zucca

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L’autunno è arrivato e porta con sé tanta frutta e verdura di quelle buone, che fanno bene alla nostra salute e che riempiranno di gusto i nostri piatti durante i prossimi mesi. Come la dolce zucca, un ortaggio con un colore così intenso da non poter che essere un elisir di salute, se vale la regola che “più ce n’è” più l’alimento è ricco di polifenoli. Approfondiamo insieme le sue innumerevoli virtù.

Un sapore dolce dalle molte proprietà

Nella mia top ten dei carboidrati colorati di stagione in termini di palatabilità, c’è senza dubbio la zucca. Sì perché ha un sapore dolce e delicato, in grado di sposarsi bene sia con il dolce che con il salato, tanto che se la tagli a fettine e la cuoci nel forno puoi decidere poi se condirla con olio e sale (come fosse un contorno), oppure spolverarla con un po’ di fruttosio e consumarla al posto del dolce. Minimo sforzo, massimo risultato.

Ma abbandoniamo le divagazioni culinarie e torniamo a parlare delle sue infinite proprietà. La zucca è ricca in betacarotene (e questo lo avrai intuito anche tu, semplicemente osservando il suo intenso colore arancione), una sostanza nota per le sue proprietà preventive e antiossidanti, nonché per il suo effetto sedativo, rilassante e diuretico. E’ poi una buona fonte di vitamine A, B ed E, quest’ultima considerata un potente antiaging naturale, grazie alla sua capacità di contrastare l’invecchiamento cellulare.

Si tratta inoltre di uno degli ortaggi più ricchi di minerali: contiene infatti calcio, sodio, potassio, fosforo, rame, magnesio, ferro, selenio, manganese e zinco. Conta anche una discreta quantità di fibre e una vasta gamma di aminoacidi tra cui l’arginina, la tirosina, il triptofano.

Anche i suoi semi, che generalmente vengono tostati nel forno e poi salati, hanno diverse proprietà a favore della salute: costituiscono infatti una buona fonte di cucurbitina, che sembra avere un ruolo attivo in termini di salute, nei confronti dell’apparato urinario sia maschile che femminile.

E adesso diamo un’occhiata ai numeri
I numeri sono decisamente incoraggianti: la zucca apporta infatti solo 18 Kcal per 100 grammi di prodotto grazie al suo ingente contenuto di acqua, stimato addirittura intorno al 94,5%. I carboidrati ammontano al 3,5%, mentre le proteine, pochissime, ne costituiscono solo l’1,1%. I grassi, pressoché assenti, rappresentano circa lo 0,1%.

Gli impieghi della zucca non si esauriscono in cucina, ma si estendono anche al campo cosmetico: la sua polpa è infatti utilizzata per preparare diverse maschere idratanti per la cute, utili anche in caso di scottature.

Zucca: un ortaggio, mille usi per una salute a tutto tondo
I presupposti sono tanti e buoni ma occorrono maggiori studi per chiarire i meccanismi ed esplorare il potenziale terapeutico degli estratti di zucca e di semi. Nel frattempo possiamo gustare il sapore dolce della zucca e la sfiziosità dei suoi semi sicuri di rifornire l’organismo di preziose sostanze, senza innalzare troppo i livelli della glicemia (attenzione comunque al pasto generale) con l’accortezza di variare spesso l’alimentazione, perché nessun cibo è completo dal punto di vista nutrizionale.

Barrette

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DREN-eat

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Consigli per l’utilizzo

DREN – eat è un integratore alimentare utile in tutte le situazioni di ritenzione idrica. Uno stile di vita abitualmente sregolato, la cattiva alimentazione, lo stress psicofisico prolungato, l’assunzione continua di farmaci sono solo alcune delle possibili cause di presenza di un eccesso di liquidi e tossine che l’organismo non è in grado di smaltire.1,2

DREN – eat favorisce lo smaltimento di scorie e liquidi grazie alla sua formula che contiene una miscela di estratti fitoterapici titolati e standardizzati* dalle documentate proprietà toniche e  drenanti, antiossidanti, detossificanti e purificanti: pilosella e betulla, cardo mariano, biancospino, caffè verde.

 

Ingredienti

Acqua, Ananas succo concentrato, Pilosella* (Hieracium pilosella L., parte aerea) e.s. tit. 1% Vitexina, Betulla* (Betula pendula Roth.) e.s. tit. 1% Iperoside, Biancospino* (Crataegus oxyacantha Medicus, fiori e foglie) e.s. titolato 3% Vitexina, Cardo mariano* (Silybum marianum Gaertn, frutti) e.s. tit. 80% Silimarina, Antiossidante: Acido ascorbico, Caffè verde* (Coffea arabica L., semi) e.s. tit. 45% Acido clorogenico, Potassio sorbato, Rame solfato, Cromo picolinato.

*Gli ingredienti contrassegnati con un asterisco sono tutti estratti titolati e standardizzati. La titolazione di ciascun estratto, ottenuta con sofisticate metodiche, specifiche per ciascuna sostanza, fornisce la garanzia della presenza – e quindi dell’efficacia – dei principi attivi dell’estratto. Ad ulteriore garanzia, ogni estratto titolato viene standardizzato in modo che l’attività sia costante e precisa in ogni lotto utilizzato, grazie alla presenza, in misura e quantità costanti, degli ingredienti. I granuli degli estratti secchi sono volutamente molto piccoli, per facilitarne sia l’assorbimento sia l’utilizzazione da parte dell’organismo.19, 20

 

Modalità d’uso

1 misurino da 20 ml diluito in 2 litri di acqua da bere durante la giornata.
La durata e un eventuale variazione della modalità d’uso devono essere concordate con il proprio medico o dietista, sulla base delle condizioni individuali.
Si sconsiglia sempre il consumo “fai da te”.

 

Avvertenze

– Conservare in luogo fresco e asciutto, al riparo dal calore e dall’umidità.
– Tenere fuori dalla portata dei bambini
– Non superare la dose giornaliera raccomandata

BASIC-all

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KALM-eat

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PROTI-food cacao

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PROTI-food

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Corsi di cucina

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Il cibo costituisce una delle principali fonti di energia, emozioni e piacere con la quale ci troviamo ad interagire ogni giorno. Per questo motivo Emotifood ha pensato di portare i propri pazienti all’interno di una vera cucina e di farli partecipare attivamente a uno o più corsi durante i quali, lo chef Roberto Di Mauro li guida nella preparazione di pietanze gustose ma salutari, in grado di appagare il palato e regalare piacevoli emozioni, rispettando i canoni alla base della corretta alimentazione. Ad affiancare lo chef durante le lezioni ci sono sempre anche la d.ssa Emanuela Russo e lo psicologo Emanuel Mian, pronti a dare consigli e supportare i partecipanti in questa coinvolgente esperienza che è parte integrante del progetto Emotifood.

Per chi deve perdere peso si tratta di un approccio innovativo verso la dieta (intesa come stile di vita): un modo stimolante e piacevole per imparare ad applicare ogni giorno le regole alla base della sana nutrizione, comprendere al meglio come cucinare piatti bilanciati e sfiziosi, dosare le quantità, abbinare e scegliere le fonti migliori per riconquistare la linea ed il benessere e, perché no, far tesoro dei trucchi dello chef per la perfetta riuscita dei piatti.

Per chi invece soffre di disturbi alimentari effettuare un viaggio attraverso i 5 sensi in cucina, partendo da un contatto vero ma “giocoso” con gli alimenti, i loro profumi, i colori e i sapori può rappresentare un buon modo per riconciliarsi con la più grande fonte di benessere che tutti abbiamo a disposizione: il cibo.

Al termine di ogni corso i pazienti consumano ciò che hanno preparato: un momento di confronto, convivialità ed incontro utile per affrontare con il sorriso il proprio problema e raggiungere più facilmente l’obiettivo.

Scarica la ricetta di Emoticook Bariatric
con Emanuela Russo – Dietista e lo chef Roberto Di Mauro!

Emoticook Bariatric – È partita la prima lezione ed è già un successo!!

Educazione alimentare

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EDUCAZIONE ALIMENTARE nelle varie fasi della vita. Incontri e iniziative anche scolastiche, perché – si sa – le buone abitudini s’imparano da piccoli.

RI-EDUCAZIONE NUTRIZIONALE prima, durante e dopo intervento di chirurgia bariatrica. Il ruolo del supporto dietetico – insieme a quello psicologico –  in questi pazienti è particolarmente importante sin dalla prima visita e per tutto il percorso di follow up. Il paziente dovrà imparare a mangiare in modo nuovo e mantenere alta la motivazione per aderire strettamente alle indicazioni fornite che, soprattutto nelle prime fasi post-operatorie sono particolarmente rigide. Solo in questo modo potrà mantenere il calo di peso ottenuto con il resetting chirurgico.

Ogni paziente è un mondo a sé stante, con un sua propria capacità di adattamento; tra i nostri compiti vi è quello di aiutarlo in qualsiasi momento a gestire al meglio la propria dieta e di supportarlo nei momenti di eventuale sconforto o nel caso di insorgenza di problemi.

Elaborazione dei dati e stesura del piano dietetico personalizzato

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Elaborazione di schemi dietetici appropriati per il singolo soggetto e finalizzati all’acquisizione di corrette abitudini alimentari in tutte le età e le fasi della vita, dall’adolescenza alla vecchiaia, al calo di peso, al miglioramento della composizione corporea, all’ottimizzazione della prestazione sportiva o della performance di lavoro o di studio.

Armband®

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ARMBAND® è un bracciale multisensore brevettato da Emotifood che, indossato per un periodo di tempo continuo, monitora l’attività fisica quotidiana, calcola il dispendio energetico giornaliero e raccoglie altri dati fisiologici e sullo stile di vita, durante il giorno e durante il riposo.
Lo strumento, facile da indossare e da leggere, comprende tre componenti: (1) la fascia che si indossa sul braccio (la parte del corpo che, secondo vari test, offre la miglior accuratezza nella raccolta dei dati e il miglior comfort per il soggetto) che acquisisce i segnali fisiologici; (2) algoritmi in costante evoluzione che elaborano i segnali ricevuti e li trasformano in informazioni sullo stile di vita della persona; (3) un software che presenta i dati in modo articolato e aiuta a interpretare utili informazioni su movimento, attività fisica, bilancio energetico, sonno etc del soggetto che indossa il bracciale.
L’attività fisica e l’esercizio regolari rappresentano un fattore chiave nella prevenzione di obesità, diabete di tipo 2, ipertensione e altre malattie croniche. Armband® consente di valutare, in modo oggettivo, la capacità del soggetto di aderire alle raccomandazioni del medico/nutrizionista.
Chi indossa Armband® è stimolato a svolgere più attività fisica (un giro più lungo con il cane, fare le scale invece che prendere l’ascensore, camminare di più, fare passeggiate con gli amici, etc).

La valutazione dello stato di nutrizione
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS / WHO), la nutrizione deve assicurare a ciascuno di noi almeno tre fattori:

  1. la crescita sulla base del proprio potenziale genetico
  2. l’efficienza psico-fisica
  3. l’aspettativa di vita.

Non sempre questi tre fattori sono ben garantiti dalla nutrizione, per questo in una popolazione è importante capire quanti e quali sono i soggetti “a rischio” (individui o gruppi) o con possibilità di guarigione per poter intervenire il più precocemente possibile. Proprio per questo può essere utile valutare lo stato di nutrizione (sia a livello individuale (per porre rimedio attraverso modificazioni adeguate della dieta e dello stile di vita) sia generale, elaborando statistiche di prevalenza o di incidenza delle forme di malnutrizione. In questo modo si ottengono elementi utili a programmare interventi istituzionali, per esempio le campagne di educazione alimentare nelle scuole e nelle piazze o altre iniziative più specifiche.

Le 3 variabili dello stato di nutrizione
Lo stato di nutrizione può essere definito da 3 variabili.

  1. IL BILANCIO ENERGETICO (vedi figura sottostante: I componenti del bilancio energetico) che può essere: in equilibrio quando le entrate sono uguali alle uscite; positivo, con entrate di nutrienti maggiori delle uscite (consumi) e negativo, quando sono i consumi ad essere più elevati delle entrate.
  2. LA COMPOSIZIONE CORPOREA, in particolare la quantità relativa di massa grassa e di massa magra
  3. LA FUNZIONALITÀ CORPOREA, da cui dipende lo stato di salute generale

Bioimpedenziometria (BIA)

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Consente un’analisi approfondita della composizione corporea nei differenti stati nutrizionali e fisiologici.
La bioimpedenziometria (BIA) si basa sulla misurazione della resistenza opposta dai tessuti del corpo umano al passaggio di una corrente alternata. La tecnica è semplice, rapida da eseguire e del tutto indolore. I tessuti privi di grasso sono buoni conduttori, perché sono ricchi di fluidi corporei e oppongono una bassa resistenza; al contrario, le ossa e il tessuto adiposo sono poveri di fluidi e di elettroliti e quindi sono più resistenti e a bassa conduzione.
La BIA consente di ottenere stime accurate dell’acqua corporea totale (TBW, della massa magra (FFM) e della massa grassa ( FM) nell’adulto sano e di altri parametri utili.

PER APPROFONDIRE:
Bioimpedenziometria: che cos’è e a che cosa serve di Emanuela Russo
Composizione corporea: perché è utile conoscerla?” di Emanuela Russo

Calorimetria indiretta

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La calorimetria indiretta è una metodica accurata che consente di valutare il metabolismo basale di una persona, che corrisponde al consumo di energia da parte dell’organismo in condizioni di riposo fisico e mentale e in stabilità termica. La calorimetria indiretta misura le variazioni di concentrazione di ossigeno e anidride carbonica nei gas respiratori. È un test utile anche per calcolare l’ossidazione dei substrati energetici (zuccheri, grassi e proteine).

Il metabolismo basale o Basal Energy Expenditure (BEE) o Basal Metabolic Rate (BMR) o Resting Metabolic Rate (RMR) sono i termini con i quali viene definito il Metabolismo Basale, cioè la quantità di energia spesa da una persona nelle seguenti condizioni: sveglio, in posizione supina, a distanza di 10 ore dal pasto, con temperatura corporea normale e in assenza di stress psico-fisici. In queste condizioni, il metabolismo basale rappresenta la quantità di calorie richieste dall’organismo per mantenere le funzioni fisiologiche vitali di base: respirazione, circolazione del sangue, attività metabolica, attività neuro-muscolare e mantenimento della temperatura corporea.

Plicometria

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La plicometria è una metodica tra le più semplici e a costo contenuto per la misurazione della composizione corporea ed in particolare del pannicolo adiposo di una plica cutanea. Viene effettuata attraverso l’uso di uno strumento chiamato plicometro (simile al calibro di un geometra). Si tratta in pratica di una sorta di pinza di metallo (quelle di plastica non sono attendibili!) con  una scala graduata che misura la distanza tra le punte mentre si esercita una pressione costante tra i margini della plica di circa 10g/mm².

La plicometria viene effettuata per convenzione sul lato sinistro del corpo, anche se non tutti gli autori sono d’accordo. I punti di repere possono essere i più vari: petto, area sotto la scapola, ascella, addome, tricipite e bicipite, coscia, polpaccio, area appena sopra la cresta iliaca.

Valutazione dello stato nutrizionale

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Lo stato di nutrizione riflette l’adeguatezza o l’inadeguatezza della dieta a breve o lungo termine. Esprime un aspetto dello stato di salute e condiziona a sua volta altri aspetti della salute stessa come la resistenza alle infezioni, la comparsa di malattie metaboliche e degenerative etc.

Lo stato di nutrizione rappresenta la particolare condizione biologica che deriva dal rapporto tra il fabbisogno individuale di nutrienti di ciascuna persona e il tipo di alimentazione personale (assunzione di nutrienti e utilizzo da parte della persona).

STATO DI NUTRIZIONE   Fabbisogno di nutrienti individuale
                             Assunzione e utilizzo di nutrienti

Quando vi è un equilibrio tra i due fattori, la nutrizione è adeguata (eunutrizione), quando vi è squilibrio compare uno stato di malnutrizione, che può essere per difetto (prevalgono i fabbisogni) o per eccesso (prevale l’introito di nutrienti) che porta a sovrappeso/obesità.

La valutazione dello stato di nutrizione

MBCT

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La Terapia cognitiva basata sulla Mindfulness è un approccio elaborato dai prof. Zindel V.Segal, Mark G.Williams e John D. Teasdale con l’obiettivo di prevenire le ricadute delle crisi depressive e associa alcune tecniche per la riduzione dello Stress basate sulla consapevolezza (MBSR, dall’inglese Mindfulness Based Stress Reduction) con elementi della Terapia Cognitiva.

Numerosi studi condotti per valutare l’efficacia di questo approccio hanno evidenziato una significativa riduzione dei sintomi fisici e psicologici a lungo termine dei pazienti in terapia con positivi cambiamenti dell’atteggiamento, del comportamento e della percezione di se stessi, degli altri e del mondo circostante. La MBCT (Mindfulness Based Cognitive Therapy) mira soprattutto a favorire nel paziente un distacco dalle preoccupazioni e dall’ansia che creano continua sofferenza e a fornirgli strumenti utili per la gestione dei pensieri depressivi e per consentirgli di riconoscere precocemente ed elaborare in modo autonomo i segnali di influenza negativa che essi hanno sulla sua qualità di vita.


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References

Askey-Jones R – Mindfulness-Based Cognitive Therapy: An Efficacy Study for Mental Health Care Staff.
J Psychiatr Ment Health Nurs. 2018 May 21

Strauss C, Lea L, Hayward M, et al – Mindfulness-based exposure and response prevention for obsessive compulsive disorder: Findings from a pilot randomised controlled trial.
J Anxiety Disord 2018 Apr 30

Shulman B, Dueck R, et al – Feasibility of a mindfulness-based cognitive therapy group intervention as an adjunctive treatment for postpartum depression and anxiety.
J Affect Disord 2018 Aug 1;235:61-67

Grensman A, Acharya BD, et al – Effect of traditional yoga, mindfulness-based cognitive therapy, and cognitive behavioral therapy, on health related quality of life: a randomized controlled trial on patients on sick leave because of burnout.
BMC Complement Altern Med 2018 Mar 6;18(1):80

Alsubaie M, Abbott R, et al – Mechanisms of action in mindfulness-based cognitive therapy (MBCT) and mindfulness-based stress reduction (MBSR) in people with physical and/or psychological conditions: A systematic review.
Clin Psychol Rev 2017 Jul;55:74-91

Perry-Parrish C, Copeland-Linder N, et al – Improving self-regulation in adolescents: current evidence for the role of mindfulness-based cognitive therapy.
Adolesc Health Med Ther 2016 Sep 13;7:101-108

Lao SA, Kissane D, Meadows G – Cognitive effects of MBSR/MBCT: A systematic review of neuropsychological outcomes.
Conscious Cogn 2016 Oct;45:109-123

CAPS

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Gli strumenti digitali possono essere un valido supporto durante le sedute di psicoterapia. Si è assistito in questi anni ad un rapido diffondersi di software, test, app e tools specifici ai fini psico-diagnostici che rappresentano in molti casi un valido ausilio, sia per lo psicoterapeuta che per il paziente, per valutazioni durante la visita e/o anche a distanza.


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References
Firth J, Torousbc J, et al – Can smartphone mental health interventions reduce symptoms of anxiety? A meta-analysis of randomized controlled trials.
Journal of Affective Disorders, Volume 218, 15 August 2017, Pages 15-22

Myers CE, Radell ML, et al – Beyond symptom self-report: use of a computer “avatar” to assess post-traumatic stress disorder (PTSD) symptoms.
Stress 2016 Nov;19(6):593-598. Epub 2016 Sep 21

Derek R, Richardson T -Computer-based psychological treatments for depression: A systematic review and meta-analysis.
Clinical Psychology Review, Volume 32, Issue 4, June 2012, Pages 329-342

Königbauer J, Letsch J et al – Internet- and mobile-based depression interventions for people with diagnosed depression: A systematic review and meta-analysis.
Journal of Affective Disorders, Volume 223, 1 December 2017, Pages 28-40

Marks I, Cavanagh K – Computer-aided psychological treatments: evolving issues.
Annu Rev Clin Psychol 2009;5:121-41

Majer V – Test e computer. La valutazione psicologica assistita dall’elaboratore
Franco Angeli Editore

BODY IMAGE REVEALER® (B.I.R.®)

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Il Body Image Revealer® è uno strumento innovativo e tecnologicamente avanzato per la diagnosi scientifica dei disturbi del comportamento alimentare (Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa e Binge Eating Disorder), ideato dal Dr. Emanuel Mian, che si basa sulla distorsione dell’immagine corporea.

Il Body Image Revealer® (B.I.R. ®) può essere considerato come uno specchio virtuale, che riproduce fedelmente l’immagine corporea della persona in trattamento. Utilizzando questa proiezione e valutando le modifiche effettuate dal singolo paziente, è possibile individuare la presenza di disturbi alimentari. Per chi opera in questo settore, il Body Image Revealer® porta indubbiamente notevoli vantaggi, specie nella predisposizione delle “terapie di cura”.

Riccardo Dalle Grave – Presidente dell’AIDAP (Associazione Italiana Disturbi dell’Alimentazione e del Peso); Responsabile dell’Unità di Riabilitazione Nutrizionale della Casa di Cura Villa Garda

“Il Body Image Revealer® è uno strumento rivoluzionario per lo studio dell’Immagine corporea. A differenza dei precedenti strumenti, riesce a distorcere la figura del paziente senza modificare l’ambiente che lo circonda. L’effetto di tale distorsione è di un realismo stupefacente. Lo strumento può essere usato per la ricerca sull’Immagine corporea nei pazienti affetti da disturbi dell’alimentazione, obesità e da altre problematiche che coinvolgono l’Immagine corporea. Prevedo che il Body Image Revealer® diventerà uno strumento di riferimento per ogni clinico e ricercatore impegnato nello studio e nel trattamento dei disturbi dell’Immagine corporea.”

Professor Dr. John VanderlindenUniversity Center St Josef Kortenberg and Catholic University of Leuven, Faculty of Psychology (Belgium)

“The Body Image Revealer® is the first instrument in the field of Eating Disorders that enables psychotherapist and researchers to directly assess one of the core symptoms in Eating Disorders, i.e. disturbances in the Body Image and Body Experience. This way, the Body Image Revealer® will enable to study more in depth this complex problem of disturbed Body Image in Eating Disorder patients and may evoke new knowledge for a better understanding and treatment of this often therapy-resistant problem.”


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References

Zamariola G, Cardini F, Mian E, Serino A, Tsakiris M – Can you feel the body that you see? On the relationship between interoceptive accuracy and body image.
Body Image 2017 Mar;20:130-136

Mian E, Gerbino W – Body Image Assessment in the Computer Aided Psychological Support for Eating Disorders.
Frontiers in Neuroengineering 2 · June 2009

EMDR

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L’EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è un approccio terapeutico utilizzato soprattutto per la gestione di ansia, panico, disturbi post-traumatici da stress.

Questa metodica si concentra in particolare sul ricordo dell’esperienza traumatica e utilizza i movimenti degli occhi e altri stimoli per trattare e progressivamente desensibilizzare il soggetto verso i disturbi correlati ad esperienze negative o fonte di particolare stress emotivo.

L’EMDR consente di desensibilizzare il soggetto nei confronti della carica emotiva negativa correlata al ricordo dell’evento traumatico. La terapia è efficace anche se sono passati diversi anni dal trauma scatenante. Il cambiamento è piuttosto repentino ed evidente e consente al soggetto di cambiare rapidamente prospettiva e adattarsi meglio alla nuova realtà. Il paziente risulta più consapevole e in grado di distinguere meglio i pericoli reali attuali da quelli immaginari, legati al passato e/o condizionati dalla propria ansia. La persona riesce progressivamente a distaccarsi dal proprio passato e a percepirlo come un “ricordo lontano” e non più in grado di influenzarlo negativamente dal punto di vista emotivo. L’esperienza passata viene rielaborata e utilizzata in modo costruttivo, di crescita e adattamento.

L’EMDR si è dimostrato un approccio efficace anche per i soggetti che hanno difficoltà a verbalizzare un trauma che hanno vissuto. Non utilizzando strumenti verbali, l’EMDR, può aiutare il paziente a gestire meglio le emozioni intense che potrebbero scaturire durante la fase di elaborazione del trauma.

 


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References
EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing)

EMDR Europe

EMDR Global Alliance

Terapia ACT

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L’Acceptance and Commitment Therapy, o ACT (“ACT” si pronuncia come singola parola, non come lettere separate) è una nuova forma di psicoterapia, con solide basi scientifiche, e fa parte di quella che viene definita la “terza onda” della terapia cognitivo-comportamentale.

L’ACT prende in considerazione alcuni concetti non convenzionali:

  • La sofferenza psicologica è normale, è importante ed accompagna ogni persona.
  • Non è possibile sbarazzarsi volontariamente della propria sofferenza psicologica, anche se si possono prendere provvedimenti per evitare d’incrementarla artificialmente.
  • Il dolore e la sofferenza sono due differenti stati dell’essere.
  • Non bisogna identificarsi con la propria sofferenza.
  • Si può vivere un’esistenza dettata dai propri valori, iniziando da ora, ma per farlo si dovrà imparare come uscire della propria mente ed entrare nella propria vita.

Un cambiamento di prospettiva
In definitiva, ciò che viene richiesto dall’ACT, è un fondamentale cambiamento di prospettiva: uno spostamento nel modo in cui viene considerata la propria esperienza personale. Gli strumenti di cui si avvale, forniscono nuove modalità per affrontare le difficoltà di natura psicologica e cercano di cambiare l’essenza dei problemi psicologici e l’impatto che essi hanno sulla vita di chi ne soffre.

I 3 cardini dell’ACT
L’Acceptance and Commitment Therapy si basa su tre punti fondamentali:

  1. Mindfulness: è un modo di osservare la propria esperienza che, per secoli, è stato praticato in Oriente attraverso varie forme di meditazione. Recenti ricerche sulla psicologia occidentale, hanno provato che praticare la mindfulness può avere benefici psicologici importanti. Attraverso tali tecniche si impara a guardare al proprio dolore, piuttosto che vedere il mondo attraverso di esso; si può comprendere che ci sono molte altre cose da fare nel momento presente, oltre a cercare di regolare i propri contenuti psicologici.
  2. Accettazione: si basa sulla nozione che, di norma, tentando di sbarazzarsi del proprio dolore si arriva solamente ad amplificarlo, intrappolandosi ancora di più in esso e trasformando l’esperienza in qualcosa di traumatico. L’ACT opera una chiara distinzione tra dolore e sofferenza. Per la natura del linguaggio umano, quando ci si trova di fronte a un problema, la tendenza generale è di capire come attaccarlo.
    Capire come liberarci dagli eventi indesiderati (come predatori, freddo, inondazioni) è sempre stato un fattore essenziale per la sopravvivenza della razza umana; tuttavia, il tentativo di usare questa stessa organizzazione mentale dinanzi alle proprie esperienze interne non funziona. Quando ci si imbatte in un evento interiore doloroso infatti, si tende a fare ciò che si fa solitamente: organizzarlo e risolverlo per sbarazzarsene. In realtà, però, le esperienze interiori non sono uguali agli eventi esterni e i metodi per cercare di eliminarle non funzionano. Deve essere chiaro che l’accettazione, come viene intesa in questo contesto, non è un atteggiamento nichilistico auto-distruttivo ; né un tollerare il proprio dolore, o il sopportarlo, ma è un vitale e consapevole contatto con la propria esperienza.
  3. Impegno e vita basata sui valori: quando si è coinvolti nella lotta contro i problemi psicologici spesso si mette la vita in attesa, credendo che il proprio dolore debba diminuire, prima di iniziare nuovamente a vivere. L’ACT invita a uscire dalla propria mente ed entrare nella propria vita intraprendendo azioni impegnate in direzione di quelli che sono i propri valori.

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References
Zhang CQ, Leeming E et al – Acceptance and Commitment Therapy for Health Behavior Change: A Contextually-Driven Approach.
Front Psychol 2018 Jan 11;8:2350
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29375451

Hayes SC, Levin ME et al – Acceptance and commitment therapy and contextual behavioral science: examining the progress of a distinctive model of behavioral and cognitive therapy.
Behav Ther 2013 Jun;44(2):180-98
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/23611068

Prevedini AB, Presti G et al – Acceptance and commitment therapy (ACT): the foundation of the therapeutic model and an overview of its contribution to the treatment of patients with chronic physical diseases.
G Ital Med Lav Ergon. 2011 Jan-Mar;33(1 Suppl A):A53-63
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21488484

Veehof MM, Oskam MJ et al – Acceptance-based interventions for the treatment of chronic pain: a systematic review and meta-analysis.
Pain 2011 Mar;152(3):533-42
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21251756

Tecniche di rilassamento e respirazione controllata

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Le tecniche di rilassamento sono azioni volontarie per regolare e gestire gli stati di ansia e di stress. Il loro obiettivo è quello di alleviare la tensione e ristabilire l’equilibrio psicofisiologico. In Occidente è solo negli ultimi decenni che le tecniche di rilassamento si sono fatte spazio poiché è stata accettata l’idea che l’organismo sia un sistema complesso costituito dall’interazione di mente e corpo.

Attualmente, le tecniche di rilassamento sono ampiamente utilizzate in molteplici Protocolli di Terapia Cognitivo-Comportamentale, in quanto rappresentano una valida metodologia per imparare a rilassarsi in momenti di difficoltà, di eccessivo stress, ansia e per ridurre i livelli di attivazione accumulati durante la giornata. Le principali tecniche di rilassamento oggi utilizzate sono il Rilassamento Muscolare Progressivo di E. Jacobson e la Respirazione consapevole.

Il Rilassamento Muscolare Progressivo
Il Rilassamento Muscolare Progressivo venne sviluppato da Edmund Jacobson (22 Aprile 22, 1888 – 7 Gennaio, 1983), psichiatra americano antesignano della medicina psicosomatica. Il metodo si basa sull’idea che il pensiero e lo stato emotivo influiscano sul livello di risposta muscolare, evidenziando una relazione tra muscolo, pensiero ed emozioni.

Il Rilassamento Muscolare Progressivo risulta particolarmente utile per chi soffre di disturbi del sonno, dato che induce un riposo muscolare intenso attraverso il quale è molto più facile conciliare il sonno, ma è anche raccomandato per aiutare a combattere lo stress quotidiano e per regolare la rabbia e l’aggressività.

Il Rilassamento Muscolare Progressivo di Jacobson prevede che il soggetto, in primo luogo, sviluppi la propria capacità di individuare lo stato di tensione muscolare. Per raggiungere questo obiettivo, il terapeuta insegna al soggetto a percepire la differenza tra tensione e rilassamento, attraverso ripetuti esercizi di contrazione volontaria e prolungata delle varie zone del corpo, fino a quando sarà in grado di avvertire anche minime contrazioni muscolari.

Quando può essere utile
Questa tecnica può essere indicata nella cura, nel trattamento e nella gestione di diverse problematiche, come:

  • tensione generalizzata, molto intensa che inasprisce stati somatici spiacevoli;
  • ansia, fobie e disturbi dell’umore;
  • stress intenso e prolungato (per es. problemi al lavoro, difficoltà economiche, lavorative, familiari, affettive);
  • insonnia;
  • situazioni importanti che richiedono un supporto psicologico (prima di una riunione di lavoro, un intervento in pubblico, una gara sportiva, una prestazione accademica, etc);
  • disturbi psicovegetativi (o psicosomatici), dove il Rilassamento Muscolare Progressivo trova il suo maggior utilizzo, migliorando in modo significativo la qualità della vita di chi lo pratica regolarmente. La tensione generale molto elevata può acutizzare stati somatici spiacevoli (es. emicrania, somatizzazioni, attacchi di vomito e dolore cronico).


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References
Andrews G – Trattamento dei disturbi d’ansia. Guide per il clinico e manuali per chi soffre del disturbo. Basic principles, protocols, and procedures. Editore: Centro Scientifico Editore, Torino, 2003
Brenner H – Rilassamento progressivo e desensibilizzazione sistematica dell’ansia. Ediz. Paoline, Cinisello Balsamo (Milano), 2° Ed, 1992
Jacobson E – Progressive Relaxation. University of Chicago Press, 1929
Sapir et al – Il rilassamento. Astrolabio Ed., Roma, 1980

Psicodiagnostica

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La psicodiagnostica è la disciplina che si occupa della valutazione e della diagnostica psicologica, psicopatologica e personologica attraverso l’uso di un repertorio integrato di questionari, inventari di personalità, batterie e tecniche testistiche, colloqui clinici, e valutazioni osservative; il tipo di tecniche e strumenti usati variano di volta in volta, in base al contesto e allo scopo della valutazione, all’età e al tipo di eventuali difficoltà dei soggetti valutati. Utilizzo in esclusiva anche alcuni questionari creati dal Body Image Research Center e dall’Emotifood Lab.


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Psicoterapia cognitivo-comportamentale

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Questo approccio moderno integra tecniche comportamentali (automonitoraggio attraverso la stesura di un diario alimentare quotidiano, controllo degli stimoli e rinforzo dei comportamenti positivi) con tecniche cognitive finalizzate a migliorare le relazioni interpersonali, la propria autostima e immagine corporea, la consapevolezza dei segnali di fame e sazietà, la motivazione alla perdita di peso. Tra le tecniche che uso di più: l’analisi della motivazione al cambiamento, il problem solving, l’allenamento a prevenire le recidive. Utilizzo spesso anche tecniche di rilassamento.

 


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Dieta & Psicologia: 3+2 consigli degli esperti

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Pensate alla dieta come opportunità di benessere. Scegliere una dieta adatta a se stessi non significa esclusivamente regime alimentare dimagrante ma rappresenta soprattutto un percorso, nel quale raggiungere e mantenere il peso forma rappresentano una tappa importante per conseguire l’obiettivo del proprio benessere psico-fisico.

1. Qual è l’atteggiamento più giusto verso una dieta?

Qualsiasi dieta dovrebbe essere propositiva piuttosto che impositiva e permettere di essere mantenuta anche una volta raggiunto il risultato desiderato, quasi fosse uno stile di vita. Se non è così, la dieta sarà seguita solo fino al risultato raggiunto, o peggio molto prima, con aggiunta della frustrazione. Ovvio quindi che, se la dieta è solo una lista di “devo e non devo” che mira unicamente a farci perdere molti kg in poco tempo, potrebbe comprendere restrizioni e sacrifici diversi e maggiori rispetto a una dieta finalizzata solo a “smussare” un po’ gli angoli.
Anche i tempi e la motivazione che spingono alla perdita di peso saranno diversi e non sono fattori di poco conto, sia per la scelta del tipo di dieta, sia per le strategie da utilizzare per “rimanere in carreggiata”.

2. Quali trappole ci pone la mente mentre siamo a dieta?

Sono trappole per minare l’inizio di un percorso mirato a perdere il peso in eccesso o a farcelo riprendere, se malauguratamente andassimo in una situazione di stallo. Dico subito a chi ci legge che è più semplice iniziare una dieta che mantenerla e continuare ad agire secondo quanto indicato in essa.

Un primo trucco della mente per “darci il permesso” di sgarrare è quello di dirci che “domani si ricomincia”. Una sorta di effetto “Rossella O’Hara”:  “Domani è un altro giorno” (E. Mian, 2006; 2014). Meglio non assecondarlo.

Peggio ancora, potrebbe dirci che “da lunedì si inizia la dieta”. In questo caso, magari si inizia a sgarrare il martedì prima, e forse cinque giorni di bagordi alimentari potrebbero portarci a vedere – quando arriva il lunedì d’inizio dieta –  un peso talmente elevato da farci perdere qualsiasi motivazione, entusiasmo e speranza per i risultati futuri.

3. Devi cominciare una dieta? Inizia subito. Anzi, ora.

Un altro trucco della mente è che “se sgarro leggermente tutto è perduto” o “se mangerò un po’ di più, tutta la dieta o tutta la giornata sono irrimediabilmente compromesse”.

Non è così.

Puoi sbagliare tante volte, ma ogni volta impara qualcosa su te stessa e sul tuo rapporto con il cibo. Fare errori, è il nostro modo più efficace per imparare. Se lo vuoi davvero fare, altrimenti rimarrai dentro il senso di colpa, tanto inutile quanto difficile da gestire da sola. Se cadi e fai qualcosa che non va, rialzati subito.
La parola d’ordine dovrebbe essere “subito cado, subito mi rialzo”. Posticipare la responsabilità con questo sistema non ci permette di fare altro che procrastinare, e di vedere che “non ce la facciamo”.

4. Non ce la posso fare! Ma ci credi davvero?

Un altro trucco della mente per farci fallire è quello di continuare a ripeterci che non ce la possiamo fare. Questo rappresenta solo un pensiero. Non è la realtà. Se ce la fanno gli altri posso –sicuramente – farlo anche io.
Cerca di notare se questo avviene anche in altre aree della tua vita, potresti per esempio essere portata ad iniziare le cose e a non finirle mai, oppure a posticiparne l’azione. È assolutamente normale ma la buona notizia è che…. si può cambiare.

Come?

Datti un obiettivo che vada oltre la dieta e la modificazione del peso corporeo.
La dieta è uno strumento per giungere da qualche parte, una sorta di mappa per giungere a una destinazione. Datti una meta quindi che non sia solo la gestione del peso.

Un altro ostacolo, che riguarda la psicologia del comportamento alimentare – ma qui siamo più sul versante tecnico – è dato da approcci al cibo che non contemplino tutti i macronutrienti, cioè che escludano in modo drastico i grassi ed i carboidrati.
Tranne casi che devono necessariamente essere seguiti da un medico-nutrizionista, le diete che escludono del tutto alcuni alimenti visti come “cattivi” e che impongono regole ferree (solitamente sono pasta, pane, patate, dolci etc), sono le prime a creare problemi di gestione e soprattutto a fornire il più grande nemico di una dieta: il senso di colpa.

 

Il senso di colpa ci dice sia “non sei capace di fare nulla” sia “`è tutta colpa tua” che “tanto ormai…” Non fatevi usare da lui ma usatelo.

 

  1. Come puoi usare un senso di colpa a tuo vantaggio?

Beh, se è molto forte e ti da sia una frustrazione che il permesso per esagerare in maniera molto persistente nella tua vita, forse una chiacchierata con gli esperti di Emotifood non guasterebbe!!

Comfort food: Gli alimenti che ci “rincuorano”

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Ci coccolano, questo è certo ma perché proprio alcuni alimenti specifici? Secondo uno studio dell’Università di Buffalo, USA,  replicato poi anche da noi in Emotifood, i cibi che “consolano”, chiamati “comfort foods” dagli Americani, vengono scelti non tanto per il sapore quanto piuttosto per il ricordo di un legame emotivo di chi ha preparato quel piatto durante l’infanzia. Sono in genere, ma non necessariamente, cibi legati alle tradizioni, all’infanzia e alla famiglia, diversi per ciascuno di noi. Vi ricordate Nanni Moretti, nel film Bianca? Per il lui il comfort food era un mega barattolo di famosa crema al cioccolato e nocciole nel quale affogava tutta la sua angoscia.

Un ricordo dell’infanzia

Gli alimenti che si prediligono in un momento ‘no’, e che spesso sono presenti nelle abbuffate emotive, molte volte sono gli stessi che ci faceva mangiare una persona cara quando eravamo più piccoli. Pensate alla funzione sociale del preparare ed offrire il cibo. A chi stai pensando ora quando ti viene in mente il cibo che mangiavi da piccola?  E cosa ti viene in mente pensando alla persona che lo preparava con amore per  o insieme a te?

Il comfort food  ha un’associazione positiva con chi lo ha cucinato, per questo è particolarmente attraente per noi quando ci sentiamo soli o rifiutati. Gli studi psicologici ci dicono che l’origine del desiderio (per non dire la necessità) di comfort food è da ricercare nel proprio vissuto. Nei ricordi di momenti piacevoli (di luoghi o persone care) che certi alimenti riescono ad evocare e a farci rivivere. Secondo alcuni studi, il desiderio di comfort foods potrebbe anche essere legato al rapporto con la propria madre, figura che rappresenta gli aspetti vitali e basilari del cibo e dei bisogni affettivi.

Dal punto di vista fisiologico,
le sensazioni di piacere che ci regalano i comfort foods dipendono da particolari sostanze, presenti negli alimenti o prodotte quando vengono digeriti che agiscono direttamente sul nostro sistema nervoso attraverso i neurotrasmettitori. Tra queste vi sono la serotonina, ormone correlato al buonumore e alla sensazione di piacere e di relax; la dopamina, coinvolta nei meccanismi di gratificazione, senza dimenticare le note endorfine (qualcuno le chiama gli ormoni della felicità), sostanze oppioidi naturali secreti dal nostro cervello, che svolgono una vera e propria attività analgesica  e hanno un effetto euforizzante.  Tra gli alimenti che favoriscono il rilascio di endorfine ci sono il cioccolato e il peperoncino; pane, pasta e carboidrati in genere, zucchero, miele, frutta e altri aiutano la produzione di serotonina, mentre derivati del latte, avocado, mandorle e altri alimenti aumentano i livelli di dopamina.

Se il ricorso ai comfort food diventa compulsivo, nella continua  ricerca di piacere e sedazione del disagio, dell’ansia e della depressione, può subentrare una dipendenza patologica. In questo caso, anche il cibo che ci coccola diventa un problema, per la salute e alla lunga anche per la psiche.

Pensaci. Esci dal guscio protettivo, c’è tutto un mondo là fuori da esplorare e piatti nuovi che possono darti nuove emozioni e nuovo piacere, magari da condividere con chi ti è più caro.

Alessitimia, quando le emozioni non trovano le parole

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Le emozioni fanno parte di ogni singolo momento della nostra giornata e ci accompagnano facendoci sentire “vivi”. Le emozioni le esprimiamo e percepiamo in chi ci sta di fronte dall’ espressione del viso, dai movimenti del corpo e le viviamo in noi grazie anche ai sintomi somatici. Raramente quindi può succedere che non troviamo le parole per esprimere ciò che “sentiamo” dentro  o non riusciamo a comprendere gli stati d’animo di chi abbiamo di fronte.
Per chi soffre di alessitimia non è così.

La valutazione delle nostre emozioni

Le emozioni fanno parte di ogni singolo momento della nostra giornata e ci accompagnano facendoci sentire “vivi”. Sono un fenomeno complesso, che coinvolge tutto l’organismo e rappresentano processi di risposta agli stimoli ambientali (luoghi, persone, incontri, noi stessi e relazioni fra tutto ciò) sia interni che esterni.
Siamo naturalmente “programmati” per andare incontro alle emozioni che ci fanno stare bene e per rifuggire le emozioni che ci danneggiano o ci creano disagio.
Una valutazione delle stesse, che dovrebbe essere presente in tutti noi, ci consente di “etichettarle”, di definirle e di individuare in noi e negli altri (chiamata anche empatia) determinati stati emotivi. A tutto ciò consegue sempre una risposta emotiva, sia di tipo fisiologico che comportamentale ed espressivo in una sorta di “gioco di interscambio” fra noi e gli altri.

Le emozioni quindi le esprimiamo e percepiamo in chi ci sta di fronte dall’ espressione del viso, dai movimenti del corpo (o dai suoi “non movimenti” quali la tensione muscolare) e le viviamo in noi grazie anche ai sintomi somatici, come ad esempio l’accelerazione del battito del cuore, la sudorazione delle mani o quella sensazione di fastidio allo stomaco tipica del nostro “sentirci nervosi o irritati” o al contrario di piacevole euforia mista a paura di non piacere quando siamo innamorati e sentiamo “le farfalle nello stomaco”.
Raramente quindi può succedere di trovarci di fronte a eventi o momenti in cui non troviamo le parole per esprimere ciò che “sentiamo” dentro, o non riusciamo a comprendere gli stati d’animo di chi abbiamo di fronte.
Non per tutti è così.

 

Alessitimia, quando le emozioni non trovano le parole
Esiste infatti un deficit della competenza emotiva ed emozionale denominato alessitimia, che letteralmente significa “non avere le parole per le emozioni” (dal greco “a” =mancanza, “lexis”= parola e “thymos”= emozione).

 

Questo termine definisce una sorta di “analfabetismo emozionale” in cui vi è una marcata difficoltà nel riconoscere, esplorare ed esprimere i propri vissuti interiori. Non solo, i soggetti affetti da alessitimia evidenziano un’estrema difficoltà nel riuscire a discriminare fra stati emotivi e sensazioni provenienti dal proprio corpo, tendendo a privilegiare l’azione per esprimere le proprie emozioni.Frequenti ad esempio le esplosioni di collera o di pianto incontrollato, senza apparente spiegazione e con una marcata incapacità nel descrivere i sentimenti prima e durante tali manifestazioni.

I movimenti del corpo sono rigidi e la mancanza di movimenti espressivi del volto ribadiscono un funzionamento emotivo ridotto.
Le persone con alessitimia sembrano ben adattate da un punto di vista sociale ma ciò è solo apparente. Riguardo a ciò vi è una marcata tendenza a stabilire relazioni interpersonali fortemente dipendenti oppure a preferire la solitudine ed evitare gli altri.

L’incapacità di modulare le emozioni e di riconoscerle porta a una tendenza a liberarsi dalle tensioni causate dagli stati emotivi non piacevoli per mezzo di comportamenti impulsivi quali: l’abuso di sostanze, il comportamento sessuale affetto da perversioni e le abbuffate di cibo.

Abbuffarsi di cibo

La ricerca scientifica rileva che un fattore importante per valutare il rischio di bulimia nervosa nelle giovani donne sia la “consapevolezza enterocettiva”, cioè la capacità di distinguere diversi stati del proprio corpo. La “confusione” che molto spesso percepisce chi soffre di questi disturbi, conferma che la difficoltà nel riconoscere e nel rispondere adeguatamente agli stati emotivi ed a certe sensazioni viscerali rappresenta un deficit centrale. Le crisi bulimiche, il vomito autoindotto, l’esercizio estremo (o altri comportamenti spesso associati alla bulimia, quali l’abuso di sostanze e l’eccessiva disinibizione sessuale che indicano tratti borderline) servono unicamente a mascherare gli stati di umore, che sembrano ingestibili.

Le cause dell’ alessitimia

Su quali possano essere le cause dell’alessitimia non vi è ancora una teoria concorde; sembrerebbe che una notevole importanza rivesta l’accudimento materno nei confronti del bambino nel far acquisire a quest’ultimo la capacità di riconoscere ed esprimere le emozioni e di modularsi con quelle materne.
Nelle famiglie delle persone con alessitimia si riscontra un forte coinvolgimento emotivo unito a una mancanza di regole di controllo del comportamento con una scarsa capacità di risoluzione dei problemi.

Il sesso maschile è più predisposto

L’alessitimia sembra manifestarsi di più negli uomini rispetto alle donne, forse perché i maschi vengono “addestrati” sin da piccoli a non esprimere molto le proprie emozioni ed anzi a negarle al mondo perché “non sta bene”. Inoltre, si predilige lo sviluppo di capacità nei giovani uomini legate più alla praticità e alla fisicità che non alla sfera affettiva.

Anche un trauma in età adulta può scatenarla

L’alessitimia, inoltre, può insorgere anche in un periodo della vita successivo all’infanzia, spesso in conseguenza di un trauma subito, anche in età adulta.
Qui l’emozione viene solitamente vissuta come una potente minaccia di un ritorno dell’episodio traumatico stesso, ed ecco spiegato il perché la si rifugga.
In questi particolari soggetti si nota spesso una incapacità di autoaccudirsi, di parlare con sé stessi al fine di consolarsi e di comprendere realmente cosa “accada dentro sé”.

Alla luce di tutto ciò, l’alessitimia appare come un costrutto multidimensionale che pare essere causato da diversi fattori.

Cosa si può fare?

Una persona con alessitimia ha “milioni” di emozioni racchiuse in un cassetto fortemente chiuso a chiave, a doppia mandata.
Qualunque tipo di intervento psicoloterapeutico deve necessariamente dare alla persona una risposta più completa alle problematiche legate ai processi emotivi.
Importante un approccio, come quello offerto presso il centro Emotifood, che ricerchi strategie efficaci per prevenire i molti disturbi psichiatrici associati all’alessitimia e alla mancanza di riconoscimento delle emozioni.

Una strategia utile, a mio avviso, è mirata a favorire l’educazione emotiva, rendere la persona consapevole delle proprie reazioni emotive e della relazione esistente tra pensieri e stati d’animo. Un’educazione affettiva che permetta di riconoscere, contenere e ridurre gli stati emotivi eccessivamente negativi e gestire le altre difficoltà associate alla problematica.

Al Centro Emotifood, sia nella sede di Milano che in quella di Monza, vengono utilizzate le più avanzate terapie cognitive e cognitivo-comportamentali per aumentare le capacità di consapevolezza con specifici protocolli con emotional and interpersonal skill training.

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Maniglie di Venere, fisico a mela o… odiosa pancetta?

Chiamateli come volete ma non esagerate. Troppi chili, soprattutto se concentrati intorno alla vita (obesità “a mela” o centrale o viscerale) aumentano il rischio di ipertensione e cardiopatie e altre complicanze. Ma non è tutto: le più recenti scoperte hanno dimostrato che i soggetti affetti da obesità viscerale presentano una minore sensibilità agli effetti dell’insulina, il che può portare a una condizione detta di “resistenza insulinica”, che a sua volta aumenta il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2. Poiché chi è affetto da diabete di tipo 2 soffre già di una ridotta sensibilità all’insulina, se i vostri chili di troppo si concentrano sul girovita è bene correre ai ripari. Non occorre somigliare davvero a una mela per essere a rischio.

 

La misura del girovita

Per capire se i chili in eccesso possono trasformarsi in un rischio è importante misurare la circonferenza della vita (girovita), un parametro oggi ritenuto indispensabile– insieme all’Indice di Massa Corporea – per la valutazione di possibili rischi. L’eccesso di grasso intorno alla pancia è più pericoloso, tanto che un recente Position Paper presentato al Ministero della Salute, le Società Scientifiche hanno espressamente richiesto che siano gli stessi medici di base ad inserire la misurazione della circonferenza vita nella loro pratica clinica, come parametro vitale utile nella lotta all’obesità e informino i pazienti sul reale rischio di tale malattia. Misurare anche da soli tale parametro non è difficile e conviene impararlo per tenerlo sotto controllo e per essere consapevoli dei propri rischi. L’Indice di Massa Corporea rimane un parametro importante ma non dà un’indicazione del grasso viscerale, quello ritenuto più rischioso per le sue conseguenze.

 

I valori da non superare

 

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Che cos’è l’IMC o BMI?

L’Indice di Massa Corporea (IMC o BMI dall’inglese Body Mass Index) è un indice affidabile per valutare il rapporto tra peso, altezza e superficie corporea in modo da determinare se queste componenti sono rappresentate in modo armonico e proporzionato; non tiene conto, tuttavia, della costituzione di ciascuno di noi, ovvero se una persona è robusta, magra, longilinea, brevilinea e, per questo, può sovrastimare la quantità di grasso in particolare nei soggetti che hanno una notevole massa muscolare.
L’Indice di Massa Corporea non costituisce un parametro affidabile né per i bambini né per gli adolescenti.

 

Come si misura?

Il calcolo è molto semplice, chiunque può calcolare il proprio Indice di Massa Corporea (BMI), dividendo il peso corporeo (kg) per il quadrato della statura (m). Facciamo l’esempio di un uomo che pesa 80 Kg ed è alto 1,85 metri: il suo BMI sarà di 23,4 ottenuto dividendo 80 per 3,42 (1,85 x 1,85).
Tanto più l’indice è alto, tanto più si tende al sovrappeso e all’obesità e di pari passo aumentano i rischi per la propria salute.

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