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LA PAURA DI SOFFOCARE: ANGINOFOBIA

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Una fobia, è una paura irrazionale, persistente e sproporzionata, per qualcosa che non rappresenta un reale pericolo, e con cui gli altri si confrontano senza particolari difficoltà.

L’anginofobia è una particolare patologia che porta il paziente ad avere paura di deglutire e rimanere soffocato. Viene spesso confusa con la disfagia (disturbo della deglutizione) o con l’iperriflessia faringea, due disturbi della deglutizione che non hanno nulla a che vedere con questa fobia.

 

I soggetti che ne sono afflitti vivono un dramma quotidiano, in particolare al momento dei pasti. Il cibo diventa nemico, gli attacchi di panico all’ordine del giorno. Senza un adeguato sostegno psicologico si giunge al punto di vivere con ansia anche il semplice deglutire la saliva (in molti temono di morire soffocati anche a causa dell’ingestione di piccoli oggetti come, per esempio, le pillole). Ne consegue un graduale isolamento sociale che conduce senza via di scampo a forme di depressione gravi.

L’ESORDIO ANGINOFOBICO avviene solitamente in età pre-adolescenziale o adolescenziale. Di solito, il genere femminile, rispetto a quello maschile, avverte i primi sintomi in anticipo. Il fatto che i pazienti giungano dallo psicologo in età adulta, non significa che il disturbo abbia avuto inizio tardivo, ma solo che per lungo tempo si è cercato di risolvere il problema autonomamente, oppure non lo si è riconosciuto in tempo ma è divenuto un “modus vivendi”.

Frequentemente si riscontra nelle persone colpite da questo disturbo, una pregressa esperienza traumatica capitata in prima persona (magari una caramella o una briciola di pane andata di traverso) o l’essere stati spettatori di una situazione simile accaduta ad altri.

I primi campanelli d’allarme vengono dati da un’insolita paura di rimanere soffocati a causa dell’ingestione di oggetti quali tappi di penne o di bottiglie, bottoni, piccole parti di giocattoli ecc. In seguito, si comincia a guardare ad alcuni alimenti con sospetto e, con l’andare del tempo, si giunge a un’analisi approfondita e meticolosa di essi. Analisi che sfocia poi in veri e propri pensieri ricorrenti e ossessivi, che ne impediscono il consumo.

La paura che insorge non dipende tanto dall’azione del deglutire in sé, ma dalle conseguenze che la persona teme ne possano scaturire, ovvero un possibile soffocamento. Pertanto la persona, bambino o adulto che sia, mette in atto tutta una serie di tentate soluzioni che spesso sono il punto di partenza per lo strutturarsi di un circolo vizioso che mantiene vivo il problema anziché alleviarlo.

Una delle strategie più utilizzate dal soggetto anginofobico viene chiamata “strategia di evitamento”: in pratica, il soggetto inizia con l’eliminare cibi, a suo avviso, più pericolosi di altri. Dalla carne si passa alla pasta, al pane e così via, riducendo sempre di più la gamma di alimenti reputati non rischiosi. L’alimentazione finisce col diventare quella tipica di un neonato, fatta dunque di pappine, creme e liquidi: una vera e propria regressione alimentare.

A volte però nemmeno questo basta a tranquillizzare, ed è così che si giunge a una selezione ancora più restrittiva, dove ad un certo punto, anche l’acqua diventa un problema di difficile gestione. Nei casi più gravi, anche il semplice e del tutto “meccanico” deglutire la saliva, diventa motivo di ansia.

L’evitamento però produce un duplice effetto: nell’immediato la persona si sente sollevata dalla minaccia (“è una soluzione efficace, la applicherò di nuovo), ma subito dopo l’effetto più pericoloso che si produce sarà quello di confermare la pericolosità del cibo evitato (“non sono rimasto soffocato perché non ho mangiato quel determinato alimento”).

Evitare determinati cibi andrà quindi a confermare sempre di più la loro e ad alimentare la paura connessa alla loro assunzione.

A volte, il pensiero ossessivo di morire soffocati ostacola i rapporti privati, lavorativi e scolastici (nel caso di bambini e adolescenti), così tanto da innescare un pericoloso isolamento, che non di raro culmina in una grave forma depressiva e in età adulta, molte donne, seppur desiderose di diventare madri, rifiutano la gravidanza perché la paura di dover nutrirsi in maniera regolare supera la voglia di avere un figlio.

Una volta escluse cause di competenza strettamente medica, per far fronte al problema, è fondamentale riuscire a identificare le circostanze che possono averlo originato:

Alcuni anginofobici dichiarano di aver visto in età pre-adolescenziale un coetaneo rischiare di rimaner soffocato a causa dell’ingestione involontaria di un piccolo oggetto e di esserne rimasti traumatizzati; altri affermano, invece, hanno visto un genitore, o un parente prossimo, tossire in maniera prepotente a causa di un pezzetto di cibo andato “di traverso”.

Alcuni ammettono di aver iniziato ad avere paura di soffocarsi dopo aver imparato a leggere: alcuni giocattoli a norma di legge prevedono, infatti, la dicitura: “Sconsigliato per bambini di età inferiore ai 3 anni. Alcune parti potrebbero essere ingerite…”. Tale scritta, in certi casi, sembra essere stata l’esordio di un’ansia eccessiva nei riguardi di qualsiasi oggetto di piccole dimensioni.

Ansia che per alcuni, invece, è stata provocata involontariamente da genitori troppo protettivi che non perdevano occasione per dire: “Fai attenzione, non mettere in bocca il tappo della penna: se lo ingoi muori” oppure: “Non mandar giù bocconi troppo grandi, altrimenti ti strozzi”.

Situazioni diverse, dunque, ma che hanno portate tutte allo stesso problema.

 

Le tecniche per arrivare a una soluzione del problema sono ben precise.

Il trattamento di maggior successo è quello che prevede l’esposizione alle situazioni più temute: in parole povere è necessario mettere il paziente a confronto con lo stimolo fobico sia in maniera “concreta”, che attraverso una descrizione dello stimolo fatta dal terapista.

La tecnica dell’esposizione è notoriamente efficace nella riduzione dell’ansia associata a situazioni ben identificate (Clark D.M., Salkovskis P.M. 1991; Sanavio, 1994). La procedura di esposizione si pone l’obiettivo di permettere al paziente di percepire e valutare in modo “controllato” l’oggetto della propria paura. Questo metodo, consente al paziente di riappropriarsi di quelle funzionalità sociali e quotidiane che ha perso a causa dei rilevanti evitamenti dovuti all’anginofobia.

Certamente il tutto deve avvenire in maniera graduale: esporre un paziente allo stimolo fobico sin dalle prime sedute risulterebbe inutile, oltre che dannoso.

Risulta estremamente utile inserire all’interno del percorso terapeutico anche alcune tecniche di educazione respiratoria: hanno la funzione di permettere al paziente di mantenere “sotto controllo” la situazione nei contesti quotidiani più diversi.

Sono invece sconsigliabili le terapie di gruppo: sebbene si tratti di una patologia abbastanza comune, l’esperienza rimane soggettiva e va affrontata come tale. Ogni persona, pur avendo di base la stessa paura di altri, finisce col temere di più una specifica cosa. Confrontarsi con terzi significa affrontare il problema in maniera generalizzata, ma mai specifica e approfondita.

Ciò che di solito non varia, invece, è la durata del trattamento. A seconda della gravità dei casi, in genere, è indispensabile un percorso psicologico che va dai 6 mesi ad un anno. Non si tratta di un percorso semplice: costanza, determinazione e volontà, sono condizioni irrinunciabili al fine di un esito positivo.

A cura del Dott. Emanuel Mian

EMDR disturbi alimentari: di cosa si tratta?

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EMDR è una sigla che sta per “Eye Movement Desensitization and Reprocessing” e rappresenta una tecnica terapeutica che sfrutta i movimenti oculari per facilitare e accelerare l’elaborazione e la desensibilizzazione di eventi traumatici disturbanti. Nell’ultimo decennio, ha ricevuto importanti riconoscimenti internazionali, che l’hanno accreditata come una terapia elettiva per il Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) in quanto è stata inserita nelle linee guida dell’International Society for Traumatic Stress Studies, e il British Journal of Psychiatry e l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).

Come funziona l’EMDR?
Innanzitutto questa tecnica sembra permettere al paziente un’esposizione graduale al materiale traumatico (nel caso dei miei trattamenti relativamente alle fobie specifiche) e i movimenti oculari potrebbero indurre dei cambiamenti direttamente legati all’elaborazione dei ricordi ed effetti sulla memoria assimilabili a quelli che si verificano durante le fasi REM del sonno. I movimenti oculari indurrebbero una risposta di rilassamento favorendo la desensibilizzazione della risposta ansiosa.

Alcuni studi scientifici hanno mostrato una riduzione della vividezza delle immagini legate al ricordo traumatico, dei pensieri relativi ad esso, dell’emozione collegata, ed un incremento della flessibilità cognitiva, oltre a vari cambiamenti fisiologici come il rallentamento del battito cardiaco. Particolarmente indicato nella cura del PTSD (Disturbo Post-Traumatico da Stress) l’EMDR si è via via trasformato in un approccio sempre più raffinato, complesso e globale, in grado di affrontare gran parte dei disturbi psicopatologici.

L’EMDR, quindi, inserito all’interno del protocollo utilizzato per la gestione del paziente affetto da tutti i timori relativi al cibo rappresenta uno strumento ulteriore, che può permettere una gestione più agevole di alcuni contenuti traumatici cruciali nella fobia che si vuole trattare.

Non piacersi già a tre anni… insoddisfazione corporea?

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Segnali di insoddisfazione per la propria immagine corporea possono esserci molto presto: ‘campanelli di allarme’ si riscontrano già a tre anni.

È il preoccupante dato che emerge da un sondaggio svolto con 361 questionari in Gran Bretagna dalla Professional Association for Childcare and Early Years (Pacey), che si occupa di formazione del personale per l’infanzia. Quasi un terzo di assistenti e staff di asili e scuole ha rilevato che circa il 10% dei bambini si vedevano “brutti” e si “etichettavano” come grassi. Sono stati inoltre segnalati casi di bambini che hanno rifiutato il cibo per timore di ingrassare. La situazione, sempre secondo questa indagine, è risultata ancora peggiore nei ragazzi dai 6 ai 10 anni.  In questo caso, ad avere problemi con la propria immagine corporea sarebbero quasi la metà dei ragazzi.  Sembrerebbe che già in bambini di 4 anni d’età vi sia la conoscenza di strategie per perdere peso.

Quali sono le cause di questa precoce insoddisfazione corporea?

In questo caso, secondo l’indagine e il buonsenso, un ambiente familiare e scolastico (ma anche extrascolastico) dove si parlino molto spesso di corpo e le figure di riferimento appaiano giudicanti agli occhi dei piccoli, possono influenzare fortemente la loro visione del mondo, facendoli sentire, sin dall’infanzia come inadeguati.

Il Body Image Research Group diretto proprio dal dr. Emanuel Mian, ora responsabile scientifico di Emotifood, aveva già indagato su questa problematica nel 2007 valutando l’insoddisfazione corporea in ragazzi di 8 anni, con dati allarmanti.

Dati che sono stati confermati ancora più fortemente nei ragazzi di 13 e 16 anni. Una ragazza su tre, nella prima e terza liceo, sarebbe a rischio per un disturbo dell’alimentazione e della nutrizione.