Archive for the ‘Obesità chirurgia’ Category

Cibo ed emozioni

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Il cibo è vita, ci dà nutrimento e piacere. Ha segnato la storia dell’umanità. Il cibo ci appaga, ci rilassa, ci distrae e ci avvicina alle persone e ai ricordi. È un compagno per molti insostituibile e un amico fedele, facile da trovare. Il suo potere emozionale, sociale e psicologico spiega l’insuccesso di molte diete e il fenomeno del “peso a yo-yo” che i clinici chiamano weith cycling oppure cambiamento ciclico del peso.

Il cibo rappresenta per molti il sostituto d’elezione dei bisogni insoddisfatti, più accettato a livello sociale del fumo e considerato meno dannoso dell’alcol. Aprire il frigorifero in cerca di una consolazione (oppure svuotare la scatola dei biscotti o quella dei cioccolatini) è quindi il modo più semplice per controbilanciare ansia, frustrazioni, stress e tensioni. Del resto, si è abituati sin da piccoli a ricevere cibo come compensazione o premio.  Più tardi, alla caramella o al gelato dell’infanzia si sostituisce il dolcetto che ci calma dopo un momento di rabbia, delusione o noia. In tal modo aumenta il rischio di diventare cibo-dipendenti, sfruttando ogni occasione per accumulare involontariamente calorie per lo più inutili o dannose.

Il problema è che questa modalità si scontra con una valutazione personale il più delle volte negativa del comportamento adottato. Entra in contrasto in un certo senso con un’etica alimentare, diffusa soprattutto nella società occidentale, che si manifesta con una colpevolizzazione (quasi una sorta di criminalizzazione) degli atteggiamenti alimentari. Cibi grassi, salati o dolci, tutto ciò che dà in qualche modo piacere può nascondere pericoli per la salute e la linea. Così dalla voglia si passa al peccato e dal peccato all’autocondanna, in una catena in cui ogni piacere rubato genera sensi di colpa e scarso valore di sè che squilibrano il rapporto con il cibo e rendono sempre più difficile alimentarsi in modo corretto, sereno e soprattutto, sano.

Il Centro della fame

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Il cosiddetto “centro della fame” si trova nel cervello in un’area profonda chiamata ipotalamo. È una sorta di centralina di collegamento tra il sistema nervoso autonomo, che regola varie funzioni dell’organismo – tra cui l’appetito e la fame – e quello endocrino, che gestisce il rilascio di ormoni.

Quando il disagio emotivo e lo stress perdurano nel tempo, l’organismo reagisce aumentando la produzione di adrenalina. Questo mediatore, a sua volta, stimola la produzione di insulina, l’ormone che controlla il senso di fame. L’ipotalamo regola anche la concentrazione di zuccheri (glucosio) attraverso un continuo equilibrio dinamico dei livelli di insulina e glucagone. L’insulina è l’ormone “chiave” che permette al glucosio di entrare nelle cellule che lo ”bruciano” per trasformarlo in energia utile per l’intero organismo. Il glucagone ha un’azione antagonista a quella dell’insulina. Se i livelli di zucchero nel sangue  scendono troppo, allora scatta la fame.

Se all’improvviso, ci si accorge di ingoiare tutto ciò che capita a tiro, senza distinzione di gusti e sapori, di essere attratti – a differenza del solito – da alimenti che non abbiamo mai apprezzato prima, di pensare continuamente al cibo, in ogni momento, di non riuscire più a distinguere tra le pietanze che piacciono davvero e quelle verso cui  – almeno finora – abbiamo provato indifferenza se non repulsione, allora deve scattare l’allerta perché significa che qualcosa non va ed è bene scoprirlo prima possibile.

Fame nervosa

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La fame nervosa (emotional eating) è la causa principale dei problemi di peso per una donna su tre e, complessivamente, per il 33% delle donne e il 19% degli uomini.

 La fame – intesa come necessità di nutrirsi  – è un’esigenza fisiologica. È un po’ come la spia dell’automobile che ci dice che non c’è più benzina e quindi dobbiamo fare rifornimento, per evitare di fermarci.

L’appetito, viceversa, ha a che fare con la sfera psicologica e con le emozioni che in ogni caso stimolano a loro volta reazioni fisiologiche involontarie, per favorire – in qualche modo – l’assunzione degli alimenti (per esempio, attraverso la salivazione e le contrazioni dello stomaco).

È il desiderio di cibo che ci spinge verso alimenti che ci danno più piacere, soddisfazione e senso di benessere ed è sempre il desiderio di cibo che ci permette di associare all’atto del mangiare sensazioni positive come piacevolezza, convivialità, gratificazione, condivisione. Per questo si parla di alimentazione emozionale.

I comportamenti collegati all’alimentazione emozionale sono molteplici e non sempre suscitano emozioni positive: possono variare dall’alimentazione incontrollata alla sindrome da alimentazione notturna, fino all’abitudine di sgranocchiare in continuazione, di “piluccare” nervosamente qualcosa nelle ore lontane dai pasti principali, abitudine che può assumere nomi diversi in base a diversi comportamenti (grignotage, snacking, grazing etc).

I due aspetti della fame nervosa

La fame nervosa è caratterizzata da due elementi principali.

Il primo elemento è la continuità, che differenzia la fame nervosa dalla fame fisiologica. Quest’ultima, infatti, si esaurisce nel momento in cui raggiungiamo un adeguato livello di sazietà, la fame emozionale – invece – non si placa neanche riempiendosi lo stomaco fino ad abbuffarsi. La fame nervosa si ripresenta in modo indipendente dai pasti consumati e si associa a stati d’animo ed emozioni scomode, quali – solo per citarne qualcun’una – l’ansia, la tristezza, la rabbia, il nervosismo, la noia (Vedi anche Affrontare le proprie emozioni)

Queste emozioni scatenano un bisogno impellente e irrefrenabile di cibo che determina una perdita di controllo che può portare a un’abbuffata ma anche al cosiddetto grignotage, cioè alla tendenza a sgranocchiare e a “piluccare” in continuazione.

L’oggetto del desiderio è rappresentato dai classici cibi “proibiti” in un regime dimagrante, soprattutto dolci e snack salati.

 Il secondo elemento è la velocità.  La fame nervosa ha una dinamica impellente,  fulminea, vorace. Chi soffre di attacchi di fame ingerisce il cibo a grandi bocconi, senza masticarlo  e spesso, senza neppure assaporarlo. Fateci caso quando mangiate: vi sembra di avere inserito il “pilota automatico”? Il risultato che si innesca è una sgradevole sensazione di pienezza gastrica che ci spinge, per esempio, ad allentare la cintura o addirittura a slacciare il bottone dei pantaloni.

Gli attacchi di fame esprimono la fatica di gestire stati d’animo difficili

Un attacco di fame improvviso può capitare a tutti, soprattutto in momenti di particolare stress, tensione o in periodi delicati o difficili o di cambiamenti radicali della propria vita (un lutto, un trasloco, un cambio di città o di lavoro, difficoltà a relazionarsi con una persona, la fine di un amore, etc).

L’alimentazione emozionale che è alla base degli attacchi di fame nasce dalla fatica di gestire stati d’animo ed emozioni difficili da gestire , in genere passeggeri. Il permanere nel tempo di questi comportamenti può avere ripercussioni sulla salute anche perché in questi momenti tendiamo a scegliere alimenti più ricchi di grassi e di zuccheri che ci offrono maggiore conforto (comfort foods). La mancanza di attività fisica, la cattiva qualità degli alimenti, il caos nutrizionale di pasti e continui spuntini, l’alternanza di abbuffate a periodi di digiuno a lungo andare “pesano” e non solo sulla bilancia.  Possono subentrare cattiva digestione, insonnia,  etc fino ad arrivare a disordini alimentari veri e propri; a risentirne sono anche l’autostima, il valore che si dà alla propria persona, l’efficienza sul lavoro, la vita di relazione e la vita di coppia, etc. Volendo fare un esempio, la fame nervosa è uno degli elementi caratteristici del binge eating disorder, noto anche come sindrome da alimentazione incontrollata.

La complessa correlazione tra cibo, emozioni, corpo e autostima

 

Affrontare le proprie emozioni

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Come riuscire a gestire le proprie emozioni? Non sono tutte uguali, tuttavia, molte di quelle che consideriamo scomode oppure dichiaratamente negative possono portare le persone più sensibili al cibo  a una perdita di controllo della quantità e della qualità degli alimenti consumati, favorendo un accumulo progressivo di peso.

Un errore comune è pensare che gli stati d’animo negativi vadano per forza eliminati: in realtà occorre solo accettarli – e sappiamo che questo non sempre è facile – perché scacciarli non fa altro che peggiorare la situazione. Imparare a “starci dentro”, meglio se accogliendo la situazione che non si può cambiare. Se invece potete farlo, cosa aspettate ad attivarvi per modificarla?! Solo in questo modo potrete reagire in maniera più positiva ai momenti difficili.

 

  • LA NOIA

Il cibo non viene usato sempre come un antidepressivo. Può svolgere anche un ruolo di distrazione, ossia può dare una risposta all’esigenza di tenersi sempre occupato. Mangiare è un’attività semplice, comoda e gratificante: un antidoto perfetto all’ozio.

Il mio suggerimento
È bene trovare un passatempo alternativo che tenga impegnate le mani e la mente. Accendere la TV o leggere un libro non sempre aiuta, perché è possibile imbattersi in immagini culinarie oppure in scene di vita a tavola o anche lasciare andare i pensieri che possono riportare la mente verso il cibo. Sono, inoltre, attività che predispongono allo “sgranocchiamento”.

 

  • LA SOLITUDINE

A spingere verso patatine fritte e caramelle non c’è soltanto l’esigenza di colmare un vuoto affettivo ma anche il rimuginare sui propri problemi. Chi vive da solo non ha nessuno che freni la sua ricerca continua di cibo.

Il mio suggerimento
Identificare una persona cara disposta a fare da “salvagente” in caso di emergenza: basta appendere il suo numero di telefono al frigorifero e chiamarla ogni volta che si avverte il bisogno irrefrenabile di usare il cibo come ricompensa affettiva.

 

  •  LA TRISTEZZA

Un lutto, un dispiacere, un licenziamento inaspettato possono spiegare un periodo di frequenti raptus famelici.  Il cibo diventa una coccola, una fonte di calore e di consolazione, come la “poppata” per il neonato.

Il mio suggerimento
Una moderata attività fisica può davvero aiutare: scarica lo stress, distrae e innalza il livello di endorfine, gli ormoni del buonumore.

 

  • L’ANSIA

L’ansia è una reazione adattativa. Se l’abitudine ad abbuffarsi compare puntualmente prima di date importanti oppure in seguito a un evento stressante e ansiogeno (un litigio, una prova andata a male), la prima cosa da fare è calmarsi.

Il mio suggerimento
Una tecnica, semplice ma efficace, consiste nel “posticipare mentalmente” la preoccupazione. Bastano 6-8 minuti di rilassamento con la mente sgombra dai pensieri, affinchè il livello di ansia cali in modo spontaneo.

Ciò aiuta a “programmare” la risposta allo stress, frenando le reazioni impulsive.

 

  • LA FRUSTRAZIONE

Quando si è a dieta stretta, può succedere che – a furia di privazione – ci concediamo un piccolo “sgarro”, che può aprire la strada a ulteriori infrazioni. In certe situazioni, un cracker tira l’altro e l’odiosa dieta va presto a farsi benedire.

Il mio suggerimento
Se vi capita in continuazione, forse la dieta che state seguendo è troppo punitiva e non va bene per voi; sarebbe meglio reimpostare un programma personalizzato con l’aiuto di un dietologo che approfondisca le vostre esigenze.

La motivazione a perdere peso con la chirurgia

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Una motivazione estetica forzatamente dettata dallo stigma

La motivazione a perdere peso è sostenuta per lo più da una motivazione estetica, dal desiderio di migliorare il proprio aspetto fisico, soprattutto nelle donne, più che dalla reale preoccupazione per la propria salute. Questo è comprensibile ma non deve essere interpretato erroneamente. Non parliamo di vanità, ma mi riferisco allo stigma verso le persone affette da obesità che è sotto gli occhi di tutti: ogni giorno.

Pregiudizi negativi e discriminazioni nei riguardi delle persone obese sono potenti quanto subdoli e sottili. Nei Paesi occidentali, il mito sociale della magrezza è predominante: nell’immaginario comune la si associa a idee di giovinezza, bellezza, sex appeal, migliore capacità lavorativa, successo etc ancora prima che alla salute.

Questo provoca gravi discriminazioni e finisce per generare negli stessi soggetti affetti dall’obesità sentimenti di inferiorità, vergogna e colpa che tendono a perpetuare e alimentare il problema di fondo che ha dato origine all’eccesso di peso e all’alimentazione disturbata.

Non  è raro che siano gli stessi medici o il personale paramedico a nutrire pregiudizi verso le persone con peso in eccesso, anche fossero solamente in sovrappeso – pregiudizi spesso automatici e purtroppo molto diffusi – che possono esercitare una segreta e pesante influenza sull’accesso alle cure e sull’efficacia stessa dei trattamenti.

Forte impatto sulla qualità della vita , sin dalle più piccole cose
Inoltre, il desiderio di intervento avviene anche per le fortissime limitazioni nella vita quotidiana che l’obesità comporta. Anche solo allacciarsi le scarpe o fare la doccia o fare quattro passi per andare a prendere i propri figli a scuola diventa realmente una impresa titanica.

Ritrovare la propria autostima
Sappiamo che esiste una stretta associazione tra obesità e insoddisfazione della propria immagine corporea e  l’obesità costringe le persone che ne sono affette a continue lotte interne sia con se stesse, per la non accettazione del proprio corpo, sia verso il mondo circostante, per guadagnarsi la stima e il riconoscimento altrui.