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Avocado: contrasta il colesterolo e abbonda di antiossidanti

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L’avocado (Persea Americana) è un frutto antico, originario dell’America Centrale (“aguacate”), consumato già ai tempi degli Atzechi e dei Maya. L’avocado Hass (guatemalteco), il più diffuso, è di colore purpureo tendente al marrone, con buccia spessa e forma ovale. Il Fuerte messicano ha buccia sottile, lucida e liscia di colore verde scuro, è a forma di pera ed ha un minor contenuto di oli insaturi. La polpa è burrosa, di colore giallo chiaro, quando l’avocado è a giusta maturazione.
L’elemento più rilevante per la salute è l’apporto di acidi grassi monoinsaturi (acido oleico e linolenico) e omega 3, grassi “buoni” in quanto capaci di stimolare la produzione di colesterolo “buono” (colesterolo-HDL) e frenare il deposito di quello cattivo (colesterolo-LDL). Quindi un grande amico del cuore e dei nostri vasi. Ma non solo.
L’avocado è anche molto ricco di fitonutrienti, sostanze antiossidanti che aiutano a eliminare l’eccesso di radicali liberi e a combattere lo stress ossidativo che accelera l’invecchiamento. Altri antiossidanti potenti di cui è ricco l’avocado? Vitamina A ed E, che proteggono la pelle dalle rughe e ne aumentano l’elasticità ma non solo, anche glutatione e luteina. Infine, l’avocado è un’ottima fonte di potassio, calcio e fosforo. Ha proprietà antinfiammatorie e facilita l’assorbimento dei nutrienti.

Le proprietà nutrizionali dell’avocado
L’avocado è tra i frutti più ricchi di grassi (in assenza di colesterolo) e di proteine vegetali. Contiene anche moltissime vitamine, in particolare la vitamina A, ma anche le vitamine C, D, E, K e alcune vitamine del gruppo B. Ogni 100 gr di avocado contengono 19 g (fino a punte di 23 g) di grassi (in prevalenza grassi insaturi, cioè grassi buoni), 7 g di zuccheri (secondo altre fonti meno) e 2 g di proteine (con punte fino al 4.4), (vedi tabelle sopra).
L’avocado è un frutto energetico: ogni etto di polpa fornisce circa 230 chilocalorie, occorre quindi tenerne conto nell’ambito dell’introito globale della dieta giornaliera. Tra i sali minerali, troviamo soprattutto potassio, fosforo, calcio, sodio e ferro. Buona anche la percentuale di fibre (3.3 g su 100 gr di frutto edibile).

I benefici per la salute

Grazie all’alto contenuto di grassi buoni, oli insaturi e omega-3, il consumo regolare di avocado fa bene al cuore e ai vasi perché favorisce la produzione di colesterolo “buono” (HDL-colesterolo) e aiuta a frenare il deposito di quello “cattivo” (LDL-colesterolo). L’avocado, quindi, aiuta a prevenire l’arteriosclerosi e le patologie causate dall’ostruzione del cuore e delle arterie.

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L’avocado è anche molto ricco di sostanze antiossidanti naturali (in particolare vitamine A, E e C che giocano in squadra) che contrastano i processi di invecchiamento (promossi dai micidiali radicali liberi) e le malattie cosiddette “degenerative”, fornendo all’organismo umano tutte le proprietà benefiche della lotta ai radicali liberi. Diversi studi ne hanno anche documentato – con alti consumi – un effetto contrastante l’insorgenza di tumori, ad esempio della bocca e della prostata.

L’avocado possiede un indice glicemico pari 10, quindi estremamente basso, che rende questo frutto adatto anche alle persone con diabete, pur tenendo conto dell’alto contenuto calorico. Alcuni studi hanno documentato che dà una mano nel controllo dei livelli glicemici in soggetti con intolleranza agli zuccheri.

Abbiamo detto che l’avocado è molto ricco di potassio: la polpa di un frutto ne contiene quanto tre banane, per darvi un’idea. Il potassio aiuta a tenere sotto controllo la pressione arteriosa ed è coinvolto nel mantenimento di un buon equilibrio dei sali minerali, ad esempio dopo una abbondante sudorazione, quando fa caldo e durante un allenamento sportivo.

Le mucillagini di cui è ricco l’avocado contribuiscono a disinfiammare le mucose dello stomaco e dell’intestino. È stato anche dimostrato che il consumo regolare di avocado favorisce l’assorbimento intestinale degli altri nutrienti.

Quando è controindicato
Se si soffre di insufficienza renale, è meglio evitare l’avocado, per il suo alto contenuto in potassio (in caso di dubbio, consultatevi sempre con il vostro medico e/o nutrizionista di fiducia).
Gli avocado, come le banane, contengono alcuni enzimi (chitinosi) che possono causare reazioni allergiche nelle persone sensibili al lattice. In questi casi, naturalmente è necessario evitare di toccare o mangiare avocado.
Il trattamento degli avocado con il gas etilene per affrettarne la maturazione può aumentare la presenza di questi enzimi allergenici. È raccomandabile, quindi, soprattutto per i soggetti predisposti alle allergie, di scegliere frutti di coltivazione organica non trattati con l’etilene, poiché hanno meno composti allergenici.

Porzioni… e oggetti di uso comune: cose che ti facilitano la dieta #4

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Per definire la quantità in grammi di una porzione media, riportata nei LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti ed energia), gli esperti hanno preso in considerazione i consumi medi di alimenti della popolazione italiana, per quantità e frequenza, nonché le grammature di alcuni prodotti confezionati e delle monoporzioni presenti sul mercato. Esiste però un altro modo, molto più pratico, per definire rapidamente le porzioni ed è quello di utilizzare come riferimento il volume – oltre che delle mani (già illustrato in altro articolo) – anche di oggetti di uso comune, posate, tazze, ma anche mouse, palline da golf e da tennis, mp3 e altri.

Porzioni… a portata di mano: cose che ti facilitano la dieta #3

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Senza ricorrere continuamente a una bilancia da cucina, per misurare in modo rapido e diretto le quantità dei cibi, nel quotidiano si possono utilizzare sistemi semplici e funzionali per le nostre esigenze. Uno dei sistemi più semplici è quello di confrontare i volumi dei cibi di una giornata alimentare (colazione, pranzo, cena ed eventuali spuntini) con i volumi delle mani. Il paragone dovrà essere fatto con i cibi già pronti per essere mangiati. Le porzioni risulteranno diverse in quantità per gli uomini e per le donne, per la differenza di volume delle mani.

Il calcolo delle porzioni: cose che ti facilitano la dieta #2

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A far fallire una dieta o a provocare il deperimento fisico non è solo la scelta di cibi troppo calorici o troppo poco. Spesso anche se scegliamo gli alimenti giusti, sbagliamo il modo (o le quantità) con cui li associamo. Impariamo allora insieme “come” e “quanto”, per raggiungere il benessere. Parliamo di porzioni e dintorni.

Dall’elenco della spesa …
Hai messo a punto l’elenco della spesa con la consulenza del tuo nutrizionista dunque non ti puoi sbagliare: se rispetti le sue indicazioni il carrello si riempirà di cibi sani e leggeri, colorati e gustosi che ti aiuteranno a far incetta di sostanze antiossidanti, vitamine, minerali e di tutto ciò che il tuo organismo necessita per stare bene. E fino a qui, non fa una piega.

… cosa mettere nel piatto
Il passo successivo consiste nell’assemblare gli alimenti in modo tale da costruire una colazione, pranzo, cena o spuntino bilanciati: ed è qui che ti perdi. Cosa mettere nel piatto? Un po’ di questo e un po’ di quello, ovvio, ma con che criterio? E poi ancora in quale quantità? Eccedere nelle porzioni oppure consumare insieme due fonti dello stesso macronutriente dimenticandosi totalmente degli altri (magari per seguire la moda del momento), può rappresentare un errore di quelli che vanno a pesare sulla bilancia. E così l’ago non si sposta, anche se hai eliminato lo zucchero e i carboidrati raffinati, le merendine, le bevande gassate etc.

Ti senti frustrata/o (e come biasimarti) perché rinunciare – soprattutto all’inizio – a certe cattive abitudini non è semplice, se poi hai l’impressione (che solo impressione non è, ahimè) che non serva a nulla, si salvi chi può. Ferma tutto, azzera i pensieri e poi riparti: non gettare la spugna, probabilmente devi solo aggiustare il tiro, imparare a dosare e a bilanciare.

 

Il diario alimentare: cose che ti facilitano la dieta #1

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Secondo i risultati di diversi studi, chi si appunta tutto ciò che mangia durante la giornata sulle pagine di un quaderno dimagrisce di più. Ma come si compila il diario alimentare? Scopriamolo insieme ad Emanuela Russo ed Emanuel Mian di Emotifood.

Ti è mai capitato di veder salire l’ago della bilancia senza capire il perché? Sei convinto di aver messo in pratica tutti i consigli nutrizionali del tuo dietologo, ma la pancia non scende o – ancor più grave – continua ad aumentare? No panic: fai un bel respiro e prova a ripercorrere con calma la tua ultima giornata: un cioccolatino durante la pausa caffè, qualche caramella durante il tragitto in macchina da casa al posto di lavoro, una bibita gassata dopo l’allenamento in palestra… Non sempre ti rendi conto di tutto quello che mangi durante la giornata, soprattutto se sei abituato/a a nutrirti fuori casa a colazione e/o a pranzo, oppure se ceni tardi dopo una giornata tutta di corsa.

A confermare quanto sopra sono i risultati di diversi studi tra cui uno studio americano pubblicato sull’American Journal di medicina preventiva, secondo cui tra un gruppo di persone sottoposte allo stesso regime ipocalorico, quelle che avevano compilato un diario alimentare durante tutto il periodo della dieta, erano dimagrite ben il doppio rispetto a coloro che non lo avevano fatto.
Una maggior consapevolezza di quello che mangiamo costituisce dunque il primo passo verso scelte nutrizionali più corrette.

Ma non solo. Il diario alimentare costituisce anche un valido strumento per capire cosa ti induce a consumare cibo: sono infatti spesso le emozioni a guidarti verso il frigorifero o la dispensa. Scriverle nero su bianco, collegandole alle situazioni che stai vivendo, ti permetterà di gestire meglio il tuo istinto.

Clicca qui per scaricare il DIARIO ALIMENTARE EMOTIFOOD

Nel suo libro MINDFOODNESS, Emanuel Mian propone anche un’ulteriore versione elaborata di Diario di Monitoraggio, utile per trovare il proprio personale segnale di STOP (“STOPerfarecasino”), da sfruttare in tutti quei momenti che ti predispongono più o meno ragionevolmente al cibo per capire quali confini stati toccando giorno dopo giorno. Il segnale di STOP è ciò che ti serve, per fermarti all’istante e trovare una scusa per temporeggiare e abbandonare il “campo alimentare” (per approfondire, vai alle pagine 125-127 del libro).

EMDR disturbi alimentari: di cosa si tratta?

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EMDR è una sigla che sta per “Eye Movement Desensitization and Reprocessing” e rappresenta una tecnica terapeutica che sfrutta i movimenti oculari per facilitare e accelerare l’elaborazione e la desensibilizzazione di eventi traumatici disturbanti. Nell’ultimo decennio, ha ricevuto importanti riconoscimenti internazionali, che l’hanno accreditata come una terapia elettiva per il Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) in quanto è stata inserita nelle linee guida dell’International Society for Traumatic Stress Studies, e il British Journal of Psychiatry e l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità).

Come funziona l’EMDR?
Innanzitutto questa tecnica sembra permettere al paziente un’esposizione graduale al materiale traumatico (nel caso dei miei trattamenti relativamente alle fobie specifiche) e i movimenti oculari potrebbero indurre dei cambiamenti direttamente legati all’elaborazione dei ricordi ed effetti sulla memoria assimilabili a quelli che si verificano durante le fasi REM del sonno. I movimenti oculari indurrebbero una risposta di rilassamento favorendo la desensibilizzazione della risposta ansiosa.

Alcuni studi scientifici hanno mostrato una riduzione della vividezza delle immagini legate al ricordo traumatico, dei pensieri relativi ad esso, dell’emozione collegata, ed un incremento della flessibilità cognitiva, oltre a vari cambiamenti fisiologici come il rallentamento del battito cardiaco. Particolarmente indicato nella cura del PTSD (Disturbo Post-Traumatico da Stress) l’EMDR si è via via trasformato in un approccio sempre più raffinato, complesso e globale, in grado di affrontare gran parte dei disturbi psicopatologici.

L’EMDR, quindi, inserito all’interno del protocollo utilizzato per la gestione del paziente affetto da tutti i timori relativi al cibo rappresenta uno strumento ulteriore, che può permettere una gestione più agevole di alcuni contenuti traumatici cruciali nella fobia che si vuole trattare.

Come dire a tuo figlio che “qualcosa non va”

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Come dire a vostro figlio che qualcosa non va o che ha sbagliato? Argomento difficile, spesso teatro di accese discussioni in famiglia.

Scoprite come migliorare la comunicazione in famiglia con questa infografica di Emanuel Mian, psicoterapeuta di Emotifood perché “non esiste una famiglia perfetta, ma è possibile diventare “bravi genitori”…

Chiedi agli esperti

Estate, tempo di grigliate

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Dici grigliata e metti subito allegria. Questo tipo di cottura, che si può eseguire con la griglia elettrica o alla brace, consente di cucinare i cibi rapidamente grazie all’alta temperatura, aiuta a eliminare il grasso in eccesso e mantiene intatti i principi nutrizionali degli alimenti. Attenzione però a non abbrustolire troppo gli alimenti, per evitare che si formino prodotti tossici come gli AGE, dall’inglese, dall’inglese “Advanced Glycation End-products”.

L’alimentazione selettiva nell’infanzia, le ragioni di una scelta

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I bambini quasi sempre hanno un comportamento alimentare che induce solo all’assunzione di un certo tipo di alimenti. Con la crescita e lo sviluppo, soprattutto quando iniziano a frequentare la scuola materna, si accostano sempre di più a cibi nuovi e sono loro stessi a chiedere di poterli assaggiare.
In alcuni casi però, anche se già grandicelli, continuano a rifiutare categoricamente l’assunzione di alimenti mai provati e a volte, quando obbligati a ingerirli, li vomitano o sembrano sul punto di farlo.

Le mamme sono costrette, pur di sfamare i piccoli, a giostrarsi fra 4-5 scelte alimentari, che se fosse per loro, spesso sarebbero in fondo alla lista dei cibi genuini e nutrienti!

Ciononostante, i bambini con questa problematica riescono quasi sempre a raggiungere peso e altezza nella norma.

A livello caratteriale però, rimangono attaccati a ciò che conoscono bene e di cui si fidano di più: come per il cibo, non amano cambiare le loro abitudini, sembrano impauriti all’idea di frequentare posti diversi da quelli a cui sono abituati e vivono con difficoltà evidente il confronto con persone, anche coetanee, che incontrano per la prima volta. Si chiudono in un “loro mondo”, fatto di cose sempre uguali, dove è molto difficile, quando non impossibile, riuscire ad entrare.

Un’alimentazione di tipo selettivo, è spesso l’esordio di una vita sociale fatta di solitudine, che con l’andare del tempo può trasformare il bambino in un soggetto “non accettato”. Secondo diverse stime, una percentuale tra il 14% e il 20% dei genitori di bambini in età pre-scolare (2-5 anni di età) riferisce infatti che i propri figli appaiono spesso o sempre selettivi nelle loro scelte alimentari.

Quando si presentano situazioni di questo genere, o si hanno dei dubbi in proposito, è bene non esitare e cercare di risalire alla causa scatenante, senza indugi.

Alcuni bambini, quasi sempre d’età compresa tra i 5 e i 16 anni, hanno paura di mangiare certi cibi perché convinti, che essi possano farli vomitare o soffocare e – nei casi più gravi – persino morire avvelenati.

Tutto ciò può essere riconducibile a un trauma di tipo infantile, oppure a un errato comportamento di uno o entrambi i genitori nei confronti del piccolo. La soluzione migliore è cercare quanto prima l’aiuto di uno specialista, che stia accanto al piccolo, in un percorso di tipo terapeutico, atto ad ottenere e mantenere un buon rapporto non solo con il cibo, ma anche con il mondo circostante.

La cucina sensoriale

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Impastare il pane, infornarlo e godere del suo profumo fragrante che man mano riempie la stanza, fare i biscotti, tirare la sfoglia fine tra le dita, lavare la verdura e sentirne la differente consistenza delicata o carnosa, la superficie liscia o ruvida, il colore, l’umidità, l’aroma dei succhi. In tutti questi semplici gesti, si realizza il diretto contatto con la materialità del cibo che entra in assonanza con la nostra capacità creativa.

La riscoperta di un rapporto multisensoriale con ciò che nutre corpo ed emozioni
Esercitando gusto, tatto e olfatto si può compensare l’impoverimento della sfera sensoriale prodotto dalla vita frenetica di ogni giorno. Forse anche per questo, la cucina sta tornando così in auge come universo di degustazione e come laboratorio del piacere e del fare sano. Il cibo, del resto, è un bisogno del corpo ma anche dell’anima. Mettersi ai fornelli consente di gestire questo bisogno e di soddisfarlo, nutrendosi di sensazioni che saziano l’anima oltre al palato.

A questo proposito, si spiega il successo e la diffusione di corsi di cucina, per ogni livello e ogni interesse. Scegliere gli ingredienti, toccarli e annusarli, porta a riscoprire il lato positivo della tavola, a riarmonizzare il rapporto con la dieta, puntando più sulla qualità che sulla quantità di ciò che si mangia. In questo modo, la fame perde i suoi connotati di ansia e, durante le lezioni di gruppo, che Emotifood organizza periodicamente, il lavoro collettivo funziona come una terapia in cui la condivisione di valori positivi promuove miglioramenti nello stile alimentare di ciascuno dei partecipanti.

LEGGI ANCHE → Mindful Eating, per “sentire” meglio il cibo
NB. Anche nel suo nuovo libro – MINDFOODNESS – Emanuel Mian approfondisce il concetto di mindful eating

Mindful Eating, per “sentire” meglio il cibo

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Capita a molti, specie coloro che lottano con peso e cibo, di ritrovarsi a mangiare più del dovuto, senza sapere cosa fare per evitare di eccedere con gli alimenti. Di fronte al proprio piatto preferito, magari proprio a quello che la dieta classificherebbe come “proibito”, si può trovare un milione di motivi che giustifichino il “da domani mi rimetto a dieta!”.

Molti di voi che state leggendo, sicuramente vi riconoscerete in comportamenti simili a quello descritto, e magari ne parlarne spesso con i vostri amici o familiari: anche in questa circostanza, è frequente che venga detto che “….è inutile dare troppo peso al cibo” e che si dovrebbe gioire solamente e godere di quanto abbiamo nel piatto.

Fosse facile! Per ovviare a questo, esistono molte tecniche e una strategia che usiamo nei nostri “Centri Emotifood“, utile per guidare le persone con qualche chilo di troppo a liberarsene senza grandi sacrifici, è il mindful eating. Un termine che deriva da mindfulness, cioè la capacità di concentrarsi in maniera totalizzante sull’esperienza presente, rimanendo nel “qui ed ora”.

Un atteggiamento, questo, che permette una maggiore consapevolezza riguardo al proprio rapporto con il cibo. Alcune nostre ricerche indicano che dopo sole sei settimane di questo “training”, i partecipanti diminuiscono di oltre il 20% la tendenza a mangiare fuori controllo. La sensazione di fame scende del 40%, ed i comportamenti relativi alle “abbuffate” anche del 47%. Vi è nel contempo anche un miglioramento rispetto alle emozioni di ansia, malinconia, vuoto e tristezza che, lo ricordiamo, accompagnano spesso gli episodi di “fame nervosa”.

Il mindful eating, al termine di un breve training , permette di prestare attenzione al gusto ed al profumo del cibo, così come di portare alla propria consapevolezza in maniera “migliorata” le sensazioni di fame e sazietà. Una tecnica che però richiede alcune semplici regole che Emanuel Mian ed Emanuela Russo di Emotifood mostrano in questa infografica.

Se si sta dunque cercando di gestire il proprio corpo (sia troppo magro che con peso in eccesso) mantenendolo in forma e “funzionante al meglio” o semplicemente si vuole gustare maggiormente quanto si porta in tavola, apprezzando la compagnia di chi è insieme a noi, seguite i consigli degli esperti!

LEGGI ANCHE → La cucina sensoriale
NB. Anche nel suo nuovo libro – MINDFOODNESS – Emanuel Mian approfondisce il concetto di mindful eating

E tu, di che yogurt sei?

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Lo yogurt è un alimento apprezzato da molti di noi. Da consumare come spuntino oppure al posto del dolce, a conclusione di un pasto, viene proposto sul mercato in mille declinazioni differenti, bianco, con la frutta e i cereali, magro, intero e la scelta è infinita… e spesso con troppo zucchero, soprattutto gli yogurt alla frutta. Facciamo allora un po’ di chiarezza.

Ottimo per uno snack leggero, quando lo è davvero!

Lo yogurt, quando hai voglia di qualcosa di fresco e cremoso, che appaghi la tua voglia di buono senza pesare sulla linea, rappresenta un’ottima soluzione. Entri al supermercato, ti avvicini al banco frigo e rimani di stucco: ce ne sono un’infinita infinità, tra aromatizzati, alla frutta, al caffè, al cioccolato, con il muesli e perfino con le praline. Si distinguono poi tra yogurt interi e yogurt magri, di latte vaccino, di latte di capra oppure di soia e, per chi non ne avesse ancora abbastanza, c’è anche lo yogurt che arriva dalla Grecia.

Ottimo no, “melius abundare quam deficere” dicevano i nostri predecessori. Ma per scegliere quale acquistare, senza far danni per la salute, come si fa? Inutile dire che gli yogurt più golosi sono anche i più calorici e nutrizionalmente sbilanciati, ahimè!

Frutta da bere: attenzione allo zucchero!

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Succhi, centrifugati, frullati e smoothies: sono tante le alternative che troviamo sul mercato e che ci vengono proposte come salutari. Dobbiamo però fare attenzione agli ingredienti in esse contenuti, che quasi sempre non si limitano alla sola frutta. Che l’operazione “trova l’intruso” abbia inizio, dunque!

Leggi sempre le etichette!
Ogni volta che ti avvicini a un alimento, prima di inserirlo nel carrello, il mio consiglio è: leggi l’etichetta! La regola vale anche per le bevande, la cui consistenza liquida può indurti a pensare che il contenuto in calorie non sia poi così eccessivo. E invece no, non è così.

Dietro una porzione di frutta da bere può nascondersi infatti una bomba in grado di far schizzare la tua glicemia alle stelle in pochi sorsi (bye bye girovita!!). Certo, c’è bevanda e bevanda, ma tu per non sbagliare controlla sempre la tabella nutrizionale presente sulla confezione (è obbligatoria per Legge!).
Spesso infatti le generiche indicazioni riportate sul pack del tipo “senza zuccheri aggiunti” possono rivelarsi forvianti. Ipotizzando che all’interno del prodotto non vi siano realmente zuccheri aggiunti, è infatti assolutamente certo che ci siano però quelli derivati dalla frutta stessa.

Basta pensare che una confezione di succo di frutta da 1,5 litri “senza zuccheri aggiunti” può arrivare a corrispondere in termini di calorie a 180 g di pasta per
capire quali danni possa causare il consumo della bevanda sbagliata. Ed il guaio è che si finisce spesso per consumarne una intera nell’arco di una giornata, proprio perché tanto “è solo frutta nel brick”.

Una valida motivazione alla dieta

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L’unico stratagemma infallibile che puoi adottare per riuscire a portare a termine il tuo percorso, e non solo dimagrante, consiste nel trovare una motivazione alla dieta così forte da non indurti ad abbandonarla mai, nemmeno nei momenti più difficili. Qui sotto ti spieghiamo come fare ad individuare la tua motivazione.

Ognuno di noi nella vita si pone continuamente degli obiettivi
Sì perché l’uomo è per indole alla continua ricerca di nuovi stimoli, per migliorare la propria condizione. Ma questo non basta, soprattutto se la meta è difficile da raggiungere, e richiede tempo, fatica, costanza e determinazione.

Che il tuo obiettivo sia perdere qualche chilo, migliorare la tua forma fisica, imparare a gestire in modo sano il tuo rapporto con il cibo etc, il migliore dei modi per ottenere ciò che vuoi consiste nel trovare un valido motivo per agire e continuare a farlo nel tempo. Un obiettivo solo su cui concentrarti, ma così importante e tuo da spazzare ogni ostacolo. Un obiettivo solo, che potrai suddividere in piccoli step, così che il cammino ti sembrerà più semplice perché potrai affrontare uno scalino alla volta, giorno dopo giorno, garantendoti piccole soddisfazioni che alimenteranno la tua motivazione.

Ci vorranno impegno e costanza, e “se sbaglio?” No problem. Imparerai cosa non fare, come fare meglio e, se necessario, come e quando chiedere aiuto agli altri. Gli altri possono essere fonte d’ispirazione, perché magari stanno affrontando il tuo stesso percorso: impara dagli altri, “ruba con gli occhi” ciò che fanno gli altri e chiedi. Puoi infatti modellare la tua motivazione su quella degli altri ma – ricorda – confrontati solo con il tuo obiettivo, perché ognuno di noi comincia da un punto di partenza differente, indossando le proprie scarpe.

Albume: il bianco che fa bene

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Più colore nel piatto, maggiore benessere per l’organismo: ogni regola che si rispetti ha però la sua eccezione. Scopriamo insieme qual è.

Non facciamo altro che ripeterti di mettere colore nel tuo piatto (rosso pomodoro, giallo peperone, verde mela, carote e zucca arancioni, etc), dunque non ci sorprende che il titolo di questo post ti lasci un po’ perplessa. Ma tu fidati ancora una volta, continua a leggere e tutto tornerà chiaro in un attimo (promesso!). Sì perché quando leggi “bianco” non alludiamo a zucchero, pane, pasta, farina e similari, che solo a nominarli la glicemia si impenna. L’unico bianco che ai può gustare in libertà (anzi, se non lo fai già, inizia fin da subito perché ti stai perdendo un sacco di benefici) è quello dell’uovo:l’albume.

Ebbene sì, mi riferisco proprio all’albume, la parte più magra dell’uovo, alimento utilizzato per eccellenza dagli sportivi, ma spesso sottovalutato dalla maggior parte di noi in termini di proprietà nutrizionali perché associato al tuorlo, certo dall’aspetto più accattivante ma il cui consumo richiede un po’ più di attenzione nelle quantità, in particolare nei soggetti con diabete di tipo 2, per il suo alto contenuto di colesterolo, anche se negli ultimi anni gli studi scientifici lo hanno in gran parte riabilitato; è stato, infatti, ampiamente dimostrato che solo parte del colesterolo del sangue arriva dall’alimentazione.

Albume: fonte proteica purissima
Il bianco dell’uovo (albume) contiene il 100% di proteine di elevato valore biologico, ricche di tutti gli aminoacidi essenziali (quelli che l’organismo non sa sintetizzare) ed è totalmente privo di grassi e di carboidrati. Per questo è perfetto per chi soffre di colesterolemia, ma anche per chi vuole semplicemente seguire uno stile di vita sano, senza rinunciare al piacere di mangiare bene. È anche una fonte di sali minerali, in particolare sodio (179 mg/100g), potassio (135 mg/100g), fosforo (15 mg/100g), magnesio (12 mg/100g), selenio (3.2 mcg/100g).

L’albume dell’uovo contiene soprattutto albumina, una proteina in grado di svolgere la funzione di “mattone” per la costruzione e il rafforzamento dei muscoli, preferibile a tante altre poiché viene quasi totalmente assorbita dall’organismo. Ultimo ma non ultimo, l’albume è un alimento ipocalorico: contiene infatti solo 15 calorie per ogni uovo poiché è costituito per circa il 90% da acqua, un motivo in più per introdurlo nella propria alimentazione quotidiana.

Come si consumano gli albumi?
Gli albumi possono essere tranquillamente utilizzati all’interno di molte preparazioni in cucina al posto delle uova intere (ad esempio se devi preparare una frittata, puoi mescolare un solo tuorlo con più albumi, aggiungendo poi della verdura ed un po’ di formaggio grana).

Qualche informazione e consiglio in più

  1. Per evitare i problemi legati alla digeribilità delle uova, ed allontanare il pericolo di infezioni (come la Salmonellosi) – prendi nota – è sempre importante mangiare le uova dopo averle cotte. Il tempo di digestione è diverso per l’albume e per il tuorlo: l’albume è più digeribile se cotto: allo stato crudo è attaccato con difficoltà dai succhi gastrici. Il massimo della digeribilità si ha quando l’albume è completamente coagulato e il tuorlo è allo stato semiliquido.
  2. L’albume crudo contiene, inoltre, l’avidina, un fattore antinutrizionale che blocca l’attività della vitamina H (biotina), vitamina che agisce in combinazione con le vitamine del gruppo B ed è coinvolta nella trasformazione delle proteine, dei carboidrati e dei grassi forniti dalla dieta in energia facilmente utilizzabile dalle cellule. Ha un ruolo di particolare importanza nella sintesi degli acidi grassi, indispensabili per la salute della pelle, dei capelli e del sistema nervoso e svolge molte altre funzioni.
  3. Se l’idea di gettare i tuorli non ti piace (e siamo d’accordo con te) sappi che in commercio esistono anche gli albumi pastorizzati in brik o in bottiglia, pratici e pronti da usare, che conservano tutte le proprietà degli albumi freschi.
  4. Le uova comunemente in commercio sono quelle di Categoria A o “uova fresche” che devono soddisfare alcuni requisiti, tra cui quello di non aver subito alcun trattamento di conservazione. A tutela del consumatore, le uova riportano sul guscio, un codice che indica la filiera produttiva, cioè il tipo di allevamento (all’aperto, a terra, in gabbia) e il produttore. Le uova di Categoria A sono classificate in base alla grandezza.
  5. Occhio anche alla data di scadenza delle uova, riportata sulle uova o sulla confezione. Un piccolo trucco per capire se un uovo è fresco? Immergilo in acqua e sale. Se va a fondo , è fresco, se tende a galleggiare, non lo è.

Fonti
Nicholas R. Fuller et al – Egg Consumption and Human Cardio-Metabolic Health in People with and without Diabetes.
Nutrients 2015, 7, 7399-7420

McNamara DJ – The Fifty Year Rehabilitation of the Egg.
Nutrients 2015 Oct 21;7(10):8716-22

Khalid Zaheer – An Updated Review on Chicken Eggs: Production, Consumption, Management Aspects and Nutritional Benefits to Human Health.
Food and Nutrition Sciences, 2015, 6, 1208-1220

Applegate E – Introduction: nutritional and functional roles of eggs in the diet.
J Am Coll Nutr 2000 Oct;19(5 Suppl):495S-498S

Kathleen Meister, MA – The Role of Eggs in the Diet: Update Prepared for the American Council on Science and Health
American Council On Science And Health, August 2012

Clayton ZS, Fusco E, Kern M – Egg consumption and heart health: A review.
Nutrition 2017 May;37:79-85

Griffin BA – Eggs: good or bad?
Proc Nutr Soc 2016 Aug;75(3):259-64
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27126575
https://www.cambridge.org/core/services/aop-cambridge-core/content/view/48F64CD2DD8FE97F78922E2FD0C60C2D/S0029665116000215a.pdf/eggs_good_or_bad.pdf

2013 AHA/ACC guideline on lifestyle management to reduce cardiovascular risk: a report of the American College of Cardiology/American Heart Association Task Force on Practice Guidelines. Circulation 2014 Jun 24;129(25 Suppl 2):S76-99
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/24222015
http://circ.ahajournals.org/content/129/25_suppl_2/S76.long

Crea – Centro di Ricerca Alimenti e Nutrizione
Tabelle di composizione degli alimenti: uova
Tabelle di composizione degli alimenti: albume

6 utili consigli per l’alimentazione dei più piccoli

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I sapori graditi dalla maggior parte dei bambini non sono un mistero: pasta al pomodoro, polpette, merendine, gelati, bibite gassate. Fra i meno tollerati: il pesce, le verdure “verdi”, la carne “rossa”. Anche le forme e i colori contano per stimolare il loro appetito. Il momento del pasto dev’essere un momento piacevole in un ambiente sereno.

Se le ricette in casa si restringono sempre più e si è stanchi di preparare cose nuove, perché si pensa che “tanto non verrebbero mangiate”, si sta commettendo uno sbaglio: i genitori non devono farsi scoraggiare dai “non mi piace”, ma anzi, continuare a proporre i piatti disdegnati senza forzature e in un ambiente piacevole.

Come solleticare il gusto e l’appetito dei bambini
Per sviluppare interesse verso un cibo “nuovo”, il bambino ha bisogno di apprendere una nuova percezione sensoriale. Il gusto dei bambini è volubile e dipende molto da come i genitori sono capaci di stimolarlo: i più piccoli si proteggono limitando la loro alimentazione ai sapori che sono loro già noti e graditi. L’educazione alimentare dovrebbe far parte dei “saperi da sapere”.

Dieci consigli per Feste e “dopo-Feste”

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Natale e tutte le feste che seguono sono un piacevole momento di convivialità da trascorrere spesso a tavola, in cui stare insieme a chi si vuole bene. Sono quindi per molti, momenti di spensieratezza mentre per altri – purtroppo – anche una fonte di preoccupazione. Perché? A causa del cibo (abbondante e solitamente ipercalorico) e per le situazioni sociali di vario tipo che ne comportano la presenza quali cene, pranzi, feste, balli e quant’altro. Non parliamo poi dei vari brindisi e dolci che accompagnano questi momenti di festa.

Le tentazioni si moltiplicano durante le Feste
In qualsiasi luogo le trascorriate, durante i periodi di Festa, le tentazioni sono molte e talvolta è difficile non cedere al richiamo mettendo da parte diete e buoni propositi, che in questo momento dell’anno non mancano mai. Per molti (e davvero sono tanti) è difficile non concedersi il piacere di mangiare ciò che solitamente non si può o non è presente durante gli altri mesi dell’anno.

Che male può fare il pandoro, il panettone o il torrone ad esempio? Nessuno. Basta che le porzioni rimangano adeguate, come il loro numero. Se “una” fetta (piccola) è giusta, “due” possono essere già troppo.

La gestione del cibo diventa inoltre molto complessa, quando non drammatica, soprattutto per chi già durante l’anno lotta con il proprio peso. Per queste persone, il problema principale resta lo stato d’animo prima e dopo ogni momento in cui si affronta il cibo. Anche un solo pezzo di pane, o un morso di qualche dolce può far pensare di aver esagerato (la cosiddetta abbuffata soggettiva), colpevolizzandosi e rovinando un momento che potrebbe essere piacevole.

I sensi di colpa, per non essere stati in grado di controllarsi, il timore di non ritornare in forma o di non poterlo mai essere, potrebbero spingere al digiuno, nella speranza di riuscire a perdere il peso ritenuto in eccesso.
Non fatelo.
Digiunare (ma anche togliere totalmente – e di propria iniziativa – grassi e/o carboidrati dalla propria alimentazione) equivale a rivedere entro breve tempo tutti i kg persi, con gli “interessi”.

Perché il sale favorisce la ritenzione idrica?

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Il sale (cloruro di sodio o sale da cucina) è contenuto naturalmente in tutti gli alimenti ma più questi sono elaborati più è probabile che siano ricchi di sale. Un’alimentazione scorretta e un apporto eccessivo di calorie favoriscono l’eccesso di sale che contiene cloruro di sodio. L’eccesso di sodio produce subito ritenzione idrica e se è abituale può provocare problemi di salute come l’ipertensione e disturbi cardiovascolari e può favorire l’accumulo di grasso.

L’effetto del sale (cloruro di sodio) sull’accumulo di liquidi (ritenzione idrica) e di grasso è dovuto a vari meccanismi, eccone alcuni.  L’eccesso di sodio produce rapidamente ritenzione idrica per effetto osmotico.

Il sale stimola la sete e poiché chi è in sovrappeso od obeso tende a bere più bibite gassate e ricche di zuccheri piuttosto che acqua, viene favorito l’apporto energetico.

Il sale stimola anche la fame, riducendo la produzione di leptina, un ormone anoressizzante.

Quando aumenta il consumo di sale, tende a ridursi la secrezione di noradrenalina, un ormone indispensabile per sciogliere i grassi. Questo provoca una minore disponibilità di energia proveniente dai grassi, che ostacola la perdita di peso.

La presenza di troppo sale nell’apparato digerente aumenta l’assorbimento degli alimenti ricchi di zuccheri durante la digestione. La presenza di molto sodio in circolo favorisce l’accumulo di energia nel tessuto adiposo. In sostanza, l’energia invece di andare nei muscoli, si accumula nel grasso (cellule adipose). Ma non è finita: troppo sale, stimola l’eliminazione di magnesio e potassio.

A parità di apporto di sale, più si è in sovrappeso e maggiori saranno gli effetti negativi dell’eccesso di sale.

Strategie antiritenzione a tavola

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Quando accumuliamo tossine e liquidi che non riusciamo a smaltire, si verifica quello che i medici chiamano edema, più conosciuto come “ritenzione di liquidi” o “ritenzione idrica”.

 

La ritenzione di liquidi causa gonfiore dei tessuti, con accumulo di liquidi (acqua, sa li, tossine) negli spazi tra una cellula e l’altra (spazi interstiziali). Le dita, il seno, lo stomaco, le gambe, le caviglie si gonfiano. Il disturbo interessa soprattutto le donne  e si fa sentire soprattutto nel periodo prima del ciclo mestruale o durante.

Quali sono le cause?
Le cause possono essere diverse: alimentazione sregolata, abuso di sale, vita sedentaria, carenza di minerali come potassio e magnesio, ipersensibilità verso alcuni alimenti, squilibri degli ormoni, pillola contraccettiva, stitichezza, intossicazione, stress, cattiva circolazione con aumentata permeabilità dei capillari.

 

Ecco 6+1 utili consigli dalla dr.ssa Emanuela Russo di Emotifood, per combattere il problema a tavola. In generale, la ritenzione idrica può essere migliorata limitando sale e alimenti ricchi di sodio e aumentando la quantità di verdure e frutta ricche di potassio. Una sana alimentazione fornisce  naturalmente la giusta quantità di sodio e di potassio ma i metodi di cottura con aggiunta di sale a ogni pietanza e quelli di conservazione di molti prodotti industriali alterano questo equilibrio.

1. Limitare il consumo di sale
Meno sale, più salute! Consideriamo che per ogni 10 g di sale (cloruro di sodio), l’organismo trattiene circa 1300 ml di liquidi, che corrispondono a circa 1.100 g di peso. Occhio quindi all’etichetta quando acquistate un prodotto: controllate sempre la quantità di sale. Se dovete scegliere preferite il sale iodato.
Tenete conto che le fonti “nascoste” di sale … possono essere anche dolci. Il sodio, minerale contenuto nel sale da cucina (cloruro di sodio), è presente in tutti i tipi di frutta, nei vegetali e nei cereali ed è contenuto nella maggior parte degli alimenti confezionati, inclusi i condimenti per insalata, i biscotti, le merendine,  il pane, le salse e perfino alcuni ortaggi in barattolo. Non è così difficile consumarne di più di quanto necessario. Ogni giorno, come raccomanda l’Organizzazione Mondiale della Sanità, non bisognerebbe superare i 5 grammi di sale da cucina, che corrispondono a circa 2 grammi di sodio, ovvero all’incirca quelli contenuti in un cucchiaino da tè.

2. Limitare l’assunzione di alimenti ricchi di sale

I principali sono le patatine fritte in sacchetto, i formaggi stagionati, i salumi e gli insaccati che non vanno mangiati abitualmente, minestre e primi piatti liofilizzati o pre-confezionati, pesce e carne in scatola, alimenti sotto sale come capperi, acciughe, olive, cracker salati. Non sono da abolire totalmente se ne traete piacere ma certo non vanno consumati tutti i giorni.

3. Attenzione anche al pane!

Lo sapevate che il pane è la principale fonte di sale nella nostra dieta?  Sembra strano ma è proprio così, insieme ai vari prodotti da forno (biscotti, crackers, grissini ma anche merendine, cornetti e cereali da prima colazione). Infatti, i derivati dei cereali sono una fonte importante di sale, perché li consumiamo tutti i giorni e in quantità più elevate rispetto, per esempio agli insaccati, ai formaggi, al pesce in scatola e perfino alle patatine fritte che in assoluto contengono maggiori quantità di sale ma che non sono consumati tutti i giorni (si spera!).

4. Insaporire i cibi in modo alternativo, per esempio erbe aromatiche e spezie
Tenuto conto delle correlazioni esistenti tra il consumo di sale e l’insorgenza di ipertensione, consumo di grassi e malattie cardiovascolari, è consigliabile insaporire i cibi con erbe aromatiche (come aglio, cipolla, basilico, cumino, prezzemolo, rosmarino, tipo, menta, salvia, origano, maggiorana, sedano, porro, semi di finocchio, erba cipollina etc) e spezie (pepe, peperoncino, noce moscata, zafferano, curry, paprica, zenzero).
Succo di limone e aceto sono ottimi per esaltare il sapore dei cibi con un occhio alla salute.

5. Limitare l’uso del dado, insaporitori alimentari, salsa di soia

Anche alcuni condimenti, utilizzati in sostituzione o in aggiunta al sale sono ricchi di sodio. È il caso per esempio del dado da brodo (anche come granulato), del ketchup e della salsa di soia, molto ricca di sale. E’ quindi consigliabile moderare l’uso di questi condimenti e utilizzarli solo in rare occasioni speciali.

“Alimenti Light” uguale leggeri?

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In commercio ci sono lo yogurt, il formaggio, gli snack, le brioches e persino il burro in versione leggera. Ma cosa si nasconde davvero dietro a questa dicitura: bugia o verità? Scopriamolo insieme.

Quando ti trovi di fronte a un prodotto etichettato come “light”, ammettilo, ti senti già un po’ più serena. Sì perché, anche se si tratta di uno di quegli alimenti che il tuo nutrizionista ti ha consigliato di consumare con moderazione, credi di essere autorizzata ad acquistarlo – e soprattutto a gustarlo senza troppi indugi – perché “tanto nella versione leggera tutto è concesso”.

Alto là, facciamo un passo indietro: ti sei mai chiesta che cosa significa davvero light? E ancora, leggero rispetto a che cosa?
Gli alimenti etichettati come light sono generalmente prodotti alimentari che forniscono meno calorie rispetto agli equivalenti tradizionali. Ad essere ridotti sono principalmente gli zuccheri o i grassi. Per colmarne la carenza però, e mantenere il sapore e la consistenza degli alimenti originali, spesso si ricade nell’aggiunta di additivi come ad esempio dolcificanti, aromatizzanti e conservanti, che certo non possono dirsi salutari.

 

Facciamo alcuni esempi

Prendiamo un cornetto alla crema, ricco di grassi, zuccheri e calorie: non è detto che nella versione “light” il suo valore ed apporto calorico risultino soddisfacenti da un punto di vista nutrizionale. Ovvio, la brioche alleggerita sarà sicuramente migliore rispetto alla versione tradizionale, ma comunque non salutare e bilanciata quanto un piccolo toast integrale farcito con della bresaola o del prosciutto cotto. È la legge della relatività.

Stesso discorso vale per la maggior parte dei formaggi che rimangono pur sempre un concentrato di grassi: a salvarsi sono ben pochi, come ad esempio la ricotta, povera di lattosio e prodotta con il siero.

Gli alimenti light possono dunque rappresentare un’alternativa nelle diete dimagranti, ma il vero segreto per mantenere la linea o perdere i chili di troppo non sta affatto nel riempire il carrello di prodotti “alleggeriti”. Sta piuttosto nello scegliere il più possibile alimenti magri “alla fonte” come carni bianche, pesce, uova, yogurt magro, frutta verdura e cereali integrali.

Visto e considerato l’elevato prezzo di questi prodotti, chi conduce uno stile di vita sano (alimentazione varia ed equilibrata e un po’ di movimento ogni giorno) può tranquillamente farne a meno.

Emanuela Russo

Chiedi agli esperti

Non piacersi già a tre anni… insoddisfazione corporea?

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Segnali di insoddisfazione per la propria immagine corporea possono esserci molto presto: ‘campanelli di allarme’ si riscontrano già a tre anni.

È il preoccupante dato che emerge da un sondaggio svolto con 361 questionari in Gran Bretagna dalla Professional Association for Childcare and Early Years (Pacey), che si occupa di formazione del personale per l’infanzia. Quasi un terzo di assistenti e staff di asili e scuole ha rilevato che circa il 10% dei bambini si vedevano “brutti” e si “etichettavano” come grassi. Sono stati inoltre segnalati casi di bambini che hanno rifiutato il cibo per timore di ingrassare. La situazione, sempre secondo questa indagine, è risultata ancora peggiore nei ragazzi dai 6 ai 10 anni.  In questo caso, ad avere problemi con la propria immagine corporea sarebbero quasi la metà dei ragazzi.  Sembrerebbe che già in bambini di 4 anni d’età vi sia la conoscenza di strategie per perdere peso.

Quali sono le cause di questa precoce insoddisfazione corporea?

In questo caso, secondo l’indagine e il buonsenso, un ambiente familiare e scolastico (ma anche extrascolastico) dove si parlino molto spesso di corpo e le figure di riferimento appaiano giudicanti agli occhi dei piccoli, possono influenzare fortemente la loro visione del mondo, facendoli sentire, sin dall’infanzia come inadeguati.

Il Body Image Research Group diretto proprio dal dr. Emanuel Mian, ora responsabile scientifico di Emotifood, aveva già indagato su questa problematica nel 2007 valutando l’insoddisfazione corporea in ragazzi di 8 anni, con dati allarmanti.

Dati che sono stati confermati ancora più fortemente nei ragazzi di 13 e 16 anni. Una ragazza su tre, nella prima e terza liceo, sarebbe a rischio per un disturbo dell’alimentazione e della nutrizione.

Con le spezie c’è più gusto

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Spesso ad appesantire i nostri piatti, anche quelli apparentemente light, è l’abuso di condimenti. Può sembrarti un dettaglio trascurabile e invece no: se vuoi raggiungere il tuo obiettivo devi imparare a limitarli, oppure a sostituirli in modo intelligente, per esempio usando le spezi. Ecco allora qualche suggerimento utile per te.

L’insalatona: è davvero light?

Quando sei a dieta, sei convinto che la scelta migliore che tu possa fare, soprattutto se sei costretto a pranzare fuori casa, sia ordinare una bella insalata. Come darti torto, potrebbe anche essere una buona idea se solo ti limitassi nell’uso dei condimenti. E invece no: molto spesso (prova a pensarci) l’olio abbonda nella tua ciotola e a fargli compagnia ci sono sale (come se piovesse) e salse di vario genere (spesso non ben identificate). Così anche una semplice insalata si trasforma in un attimo in una bomba calorica, travestita da healthy food. Se poi, per fare la scarpetta, ti ritrovi a svuotare (non sai nemmeno tu come) il cestino di pane bianco che la cameriera ti ha gentilmente portato a corredo del piatto, la tua glicemia (livello di zucchero nel sangue) è spacciata. Sale a picco come fosse sulle montagne russe per poi scendere vertiginosamente, innescando una serie di processi che non solo mandano a monte la tua dieta, ma riaccendono la fame – proprio come se non avessi mangiato – e a lungo andare, infiammano le tue cellule con conseguenze serie per la tua salute.

Non ti sto chiedendo di rinunciare all’olio – sia chiaro – anche perché, se scegli quello extravergine d’oliva di buona qualità, fai il pieno di grassi buoni e polifenoli: ti sto solo suggerendo di utilizzarne un cucchiaio da minestra a pasto (e non di più). Meglio evitare maionese, checkup e similari, a favore della senape (contiene pochissime calorie ed insaporisce alla grande i tuoi piatti) e delle spezie, vero elisir di lunga vita. Sì perché negli ultimi decenni curcuma, curry, pepe, peperoncino & company sono divenute oggetto degli studi della ricerca scientifica che ne ha portato alla luce le innumerevoli proprietà benefiche, alcune ben note fin dall’antichità a dire il vero.

Puoi spolverarle sui cibi, mixarle tra loro a creare un condimento perfetto per insaporire la carne, il pesce, e – perché no – anche la macedonia (pensa alla cannella, per esempio). Inventa, sperimenta, agita e gusta. Qui di seguito trovi cinque delle spezie più note con le loro proprietà, tra le più studiate. A te la scelta!

5 spezie dalle mille virtù

  • La curcuma è una spezia di origine orientale, con un elevato potere antinfiammatorio, antidolorifico e antiossidante. Secondo le tradizioni mediche di molti popoli (medicina ayurvedica in primis) vengono attribuite alla Curcuma proprietà benefiche e salutistiche in una grande varietà di disturbi, grazie soprattutto alla curcumina, il principale pigmento appartenente alla classe dei Considerando che l’obesità e il diabete sono malattie con una forte componente infiammatoria, gli studiosi stanno cercando di evidenziare effetti positivi e benefici anche in queste patologie. Molti studi sono in corso.
  • Il peperoncino ha principalmente un effetto depurativo ed antinfiammatorio. Contribuisce al buon funzionamento del sistema cardiocircolatorio ed aiuta a tenere a bada i livelli di zucchero e colesterolo nel sangue.
    Nel peperoncino piccante (hot pepper) è stata evidenziata la possibilità di agire positivamente sulla salute grazie ad alcune sostanze, principalmente capsaicina e diidrocapsaicina. Alcuni studi hanno documentato che il recettore della capsaicina (TRPV1) è distribuito in modo ubiquitario nel cervello, nei nervi sensitivi, nelle radici dei gangli dorsali, nella vescica e nei vasi sanguigni. Il TRPV1 è ben noto per il suo ruolo significativo di contrasto a infiammazione, stress ossidativo e sensazione di dolore.
    Alcuni studi sperimentali di laboratorio e condotti su volontari hanno evidenziato benefici interessanti del peperoncino piccante nella prevenzione di molte patologie croniche come l’obesità, il diabete di tipo 2, le malattie cardiovascolari ma anche disturbi gastrointestinali, tumori, dermatopatie e vescica neurologica. C’è comunque sempre da considerare che le quantità di estratto di peperoncino o di capsaicina utilizzati negli studi spesso sono molto alte e non raggiungibili con il consumo normale dell’alimento, il cui uso va sempre contestualizzato alle condizioni di vita e di salute di ogni persona. E questo vale per ogni alimento o spezia che sia, senza eccezioni. Non esistono pillole magiche ma il segreto è sempre un sano stile di vita.
  • La cannella è perfetta da utilizzare per regalare un po’ di sapore a latte, yogurt, tisane, dolci fatti in casa, frutta cotta, purea di patate, etc. Oltre al gusto piacevole, questa spezia è un concentrato di benessere poiché secondo gli studi più recenti sarebbe in grado di regolare gli zuccheri nel sangue, ridurre i dolori causati dall’artrite, e lenire mal di gola e raffreddore. La ricerca scientifica le attribuisce anche un’azione protettiva anticancro, quando usata regolarmente.
  • Lo zenzero (ginger) è noto per la sua funzione digestiva e depurativa: per questo viene molto spesso utilizzato fresco, in aggiunta a tisane e centrifugati. Ottimo quando si hanno bruciori di stomaco, nausea o sensazione di vomito, far bollire un pezzetto di radice e berne l’infuso che si ricava. Aiuta inoltre a contrastare la ritenzione idrica ed ha un elevato potere antinfiammatorio. Studi scientifici ne hanno dimostrato infine un’attività antidolorifica in caso di artrite.

Il curry è un mix di varie spezie, principalmente curcuma e pepe nero. A volte può contenere anche zenzero, cumino, cardamomo, chiodi di garofano e zafferano, in base alla provenienza. Secondo le evidenze scientifiche l’abbinamento del pepe alla curcuma, rende quest’ultima più biodisponibile e dunque più assorbibile dal nostro organismo. Il curry possiede dunque tutte le proprietà della curcuma amplificate: è un potente antiossidante, aiuta a prevenire l’infiammazione cellulare (alla base dello sviluppo delle malattie croniche come diabete, patologie cardiovascolari ecc.); il suo uso regolare aiuta a contrastare le malattie neurodegenerative tra cui l’Alzheimer.

Usiamo la… zucca

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L’autunno è arrivato e porta con sé tanta frutta e verdura di quelle buone, che fanno bene alla nostra salute e che riempiranno di gusto i nostri piatti durante i prossimi mesi. Come la dolce zucca, un ortaggio con un colore così intenso da non poter che essere un elisir di salute, se vale la regola che “più ce n’è” più l’alimento è ricco di polifenoli. Approfondiamo insieme le sue innumerevoli virtù.

Un sapore dolce dalle molte proprietà

Nella mia top ten dei carboidrati colorati di stagione in termini di palatabilità, c’è senza dubbio la zucca. Sì perché ha un sapore dolce e delicato, in grado di sposarsi bene sia con il dolce che con il salato, tanto che se la tagli a fettine e la cuoci nel forno puoi decidere poi se condirla con olio e sale (come fosse un contorno), oppure spolverarla con un po’ di fruttosio e consumarla al posto del dolce. Minimo sforzo, massimo risultato.

Ma abbandoniamo le divagazioni culinarie e torniamo a parlare delle sue infinite proprietà. La zucca è ricca in betacarotene (e questo lo avrai intuito anche tu, semplicemente osservando il suo intenso colore arancione), una sostanza nota per le sue proprietà preventive e antiossidanti, nonché per il suo effetto sedativo, rilassante e diuretico. E’ poi una buona fonte di vitamine A, B ed E, quest’ultima considerata un potente antiaging naturale, grazie alla sua capacità di contrastare l’invecchiamento cellulare.

Si tratta inoltre di uno degli ortaggi più ricchi di minerali: contiene infatti calcio, sodio, potassio, fosforo, rame, magnesio, ferro, selenio, manganese e zinco. Conta anche una discreta quantità di fibre e una vasta gamma di aminoacidi tra cui l’arginina, la tirosina, il triptofano.

Anche i suoi semi, che generalmente vengono tostati nel forno e poi salati, hanno diverse proprietà a favore della salute: costituiscono infatti una buona fonte di cucurbitina, che sembra avere un ruolo attivo in termini di salute, nei confronti dell’apparato urinario sia maschile che femminile.

E adesso diamo un’occhiata ai numeri
I numeri sono decisamente incoraggianti: la zucca apporta infatti solo 18 Kcal per 100 grammi di prodotto grazie al suo ingente contenuto di acqua, stimato addirittura intorno al 94,5%. I carboidrati ammontano al 3,5%, mentre le proteine, pochissime, ne costituiscono solo l’1,1%. I grassi, pressoché assenti, rappresentano circa lo 0,1%.

Gli impieghi della zucca non si esauriscono in cucina, ma si estendono anche al campo cosmetico: la sua polpa è infatti utilizzata per preparare diverse maschere idratanti per la cute, utili anche in caso di scottature.

Zucca: un ortaggio, mille usi per una salute a tutto tondo
I presupposti sono tanti e buoni ma occorrono maggiori studi per chiarire i meccanismi ed esplorare il potenziale terapeutico degli estratti di zucca e di semi. Nel frattempo possiamo gustare il sapore dolce della zucca e la sfiziosità dei suoi semi sicuri di rifornire l’organismo di preziose sostanze, senza innalzare troppo i livelli della glicemia (attenzione comunque al pasto generale) con l’accortezza di variare spesso l’alimentazione, perché nessun cibo è completo dal punto di vista nutrizionale.

Dieta & Psicologia: 3+2 consigli degli esperti

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Pensate alla dieta come opportunità di benessere. Scegliere una dieta adatta a se stessi non significa esclusivamente regime alimentare dimagrante ma rappresenta soprattutto un percorso, nel quale raggiungere e mantenere il peso forma rappresentano una tappa importante per conseguire l’obiettivo del proprio benessere psico-fisico.

1. Qual è l’atteggiamento più giusto verso una dieta?

Qualsiasi dieta dovrebbe essere propositiva piuttosto che impositiva e permettere di essere mantenuta anche una volta raggiunto il risultato desiderato, quasi fosse uno stile di vita. Se non è così, la dieta sarà seguita solo fino al risultato raggiunto, o peggio molto prima, con aggiunta della frustrazione. Ovvio quindi che, se la dieta è solo una lista di “devo e non devo” che mira unicamente a farci perdere molti kg in poco tempo, potrebbe comprendere restrizioni e sacrifici diversi e maggiori rispetto a una dieta finalizzata solo a “smussare” un po’ gli angoli.
Anche i tempi e la motivazione che spingono alla perdita di peso saranno diversi e non sono fattori di poco conto, sia per la scelta del tipo di dieta, sia per le strategie da utilizzare per “rimanere in carreggiata”.

2. Quali trappole ci pone la mente mentre siamo a dieta?

Sono trappole per minare l’inizio di un percorso mirato a perdere il peso in eccesso o a farcelo riprendere, se malauguratamente andassimo in una situazione di stallo. Dico subito a chi ci legge che è più semplice iniziare una dieta che mantenerla e continuare ad agire secondo quanto indicato in essa.

Un primo trucco della mente per “darci il permesso” di sgarrare è quello di dirci che “domani si ricomincia”. Una sorta di effetto “Rossella O’Hara”:  “Domani è un altro giorno” (E. Mian, 2006; 2014). Meglio non assecondarlo.

Peggio ancora, potrebbe dirci che “da lunedì si inizia la dieta”. In questo caso, magari si inizia a sgarrare il martedì prima, e forse cinque giorni di bagordi alimentari potrebbero portarci a vedere – quando arriva il lunedì d’inizio dieta –  un peso talmente elevato da farci perdere qualsiasi motivazione, entusiasmo e speranza per i risultati futuri.

3. Devi cominciare una dieta? Inizia subito. Anzi, ora.

Un altro trucco della mente è che “se sgarro leggermente tutto è perduto” o “se mangerò un po’ di più, tutta la dieta o tutta la giornata sono irrimediabilmente compromesse”.

Non è così.

Puoi sbagliare tante volte, ma ogni volta impara qualcosa su te stessa e sul tuo rapporto con il cibo. Fare errori, è il nostro modo più efficace per imparare. Se lo vuoi davvero fare, altrimenti rimarrai dentro il senso di colpa, tanto inutile quanto difficile da gestire da sola. Se cadi e fai qualcosa che non va, rialzati subito.
La parola d’ordine dovrebbe essere “subito cado, subito mi rialzo”. Posticipare la responsabilità con questo sistema non ci permette di fare altro che procrastinare, e di vedere che “non ce la facciamo”.

4. Non ce la posso fare! Ma ci credi davvero?

Un altro trucco della mente per farci fallire è quello di continuare a ripeterci che non ce la possiamo fare. Questo rappresenta solo un pensiero. Non è la realtà. Se ce la fanno gli altri posso –sicuramente – farlo anche io.
Cerca di notare se questo avviene anche in altre aree della tua vita, potresti per esempio essere portata ad iniziare le cose e a non finirle mai, oppure a posticiparne l’azione. È assolutamente normale ma la buona notizia è che…. si può cambiare.

Come?

Datti un obiettivo che vada oltre la dieta e la modificazione del peso corporeo.
La dieta è uno strumento per giungere da qualche parte, una sorta di mappa per giungere a una destinazione. Datti una meta quindi che non sia solo la gestione del peso.

Un altro ostacolo, che riguarda la psicologia del comportamento alimentare – ma qui siamo più sul versante tecnico – è dato da approcci al cibo che non contemplino tutti i macronutrienti, cioè che escludano in modo drastico i grassi ed i carboidrati.
Tranne casi che devono necessariamente essere seguiti da un medico-nutrizionista, le diete che escludono del tutto alcuni alimenti visti come “cattivi” e che impongono regole ferree (solitamente sono pasta, pane, patate, dolci etc), sono le prime a creare problemi di gestione e soprattutto a fornire il più grande nemico di una dieta: il senso di colpa.

 

Il senso di colpa ci dice sia “non sei capace di fare nulla” sia “`è tutta colpa tua” che “tanto ormai…” Non fatevi usare da lui ma usatelo.

 

  1. Come puoi usare un senso di colpa a tuo vantaggio?

Beh, se è molto forte e ti da sia una frustrazione che il permesso per esagerare in maniera molto persistente nella tua vita, forse una chiacchierata con gli esperti di Emotifood non guasterebbe!!

Comfort food: Gli alimenti che ci “rincuorano”

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Ci coccolano, questo è certo ma perché proprio alcuni alimenti specifici? Secondo uno studio dell’Università di Buffalo, USA,  replicato poi anche da noi in Emotifood, i cibi che “consolano”, chiamati “comfort foods” dagli Americani, vengono scelti non tanto per il sapore quanto piuttosto per il ricordo di un legame emotivo di chi ha preparato quel piatto durante l’infanzia. Sono in genere, ma non necessariamente, cibi legati alle tradizioni, all’infanzia e alla famiglia, diversi per ciascuno di noi. Vi ricordate Nanni Moretti, nel film Bianca? Per il lui il comfort food era un mega barattolo di famosa crema al cioccolato e nocciole nel quale affogava tutta la sua angoscia.

Un ricordo dell’infanzia

Gli alimenti che si prediligono in un momento ‘no’, e che spesso sono presenti nelle abbuffate emotive, molte volte sono gli stessi che ci faceva mangiare una persona cara quando eravamo più piccoli. Pensate alla funzione sociale del preparare ed offrire il cibo. A chi stai pensando ora quando ti viene in mente il cibo che mangiavi da piccola?  E cosa ti viene in mente pensando alla persona che lo preparava con amore per  o insieme a te?

Il comfort food  ha un’associazione positiva con chi lo ha cucinato, per questo è particolarmente attraente per noi quando ci sentiamo soli o rifiutati. Gli studi psicologici ci dicono che l’origine del desiderio (per non dire la necessità) di comfort food è da ricercare nel proprio vissuto. Nei ricordi di momenti piacevoli (di luoghi o persone care) che certi alimenti riescono ad evocare e a farci rivivere. Secondo alcuni studi, il desiderio di comfort foods potrebbe anche essere legato al rapporto con la propria madre, figura che rappresenta gli aspetti vitali e basilari del cibo e dei bisogni affettivi.

Dal punto di vista fisiologico,
le sensazioni di piacere che ci regalano i comfort foods dipendono da particolari sostanze, presenti negli alimenti o prodotte quando vengono digeriti che agiscono direttamente sul nostro sistema nervoso attraverso i neurotrasmettitori. Tra queste vi sono la serotonina, ormone correlato al buonumore e alla sensazione di piacere e di relax; la dopamina, coinvolta nei meccanismi di gratificazione, senza dimenticare le note endorfine (qualcuno le chiama gli ormoni della felicità), sostanze oppioidi naturali secreti dal nostro cervello, che svolgono una vera e propria attività analgesica  e hanno un effetto euforizzante.  Tra gli alimenti che favoriscono il rilascio di endorfine ci sono il cioccolato e il peperoncino; pane, pasta e carboidrati in genere, zucchero, miele, frutta e altri aiutano la produzione di serotonina, mentre derivati del latte, avocado, mandorle e altri alimenti aumentano i livelli di dopamina.

Se il ricorso ai comfort food diventa compulsivo, nella continua  ricerca di piacere e sedazione del disagio, dell’ansia e della depressione, può subentrare una dipendenza patologica. In questo caso, anche il cibo che ci coccola diventa un problema, per la salute e alla lunga anche per la psiche.

Pensaci. Esci dal guscio protettivo, c’è tutto un mondo là fuori da esplorare e piatti nuovi che possono darti nuove emozioni e nuovo piacere, magari da condividere con chi ti è più caro.

Alessitimia, quando le emozioni non trovano le parole

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Le emozioni fanno parte di ogni singolo momento della nostra giornata e ci accompagnano facendoci sentire “vivi”. Le emozioni le esprimiamo e percepiamo in chi ci sta di fronte dall’ espressione del viso, dai movimenti del corpo e le viviamo in noi grazie anche ai sintomi somatici. Raramente quindi può succedere che non troviamo le parole per esprimere ciò che “sentiamo” dentro  o non riusciamo a comprendere gli stati d’animo di chi abbiamo di fronte.
Per chi soffre di alessitimia non è così.

La valutazione delle nostre emozioni

Le emozioni fanno parte di ogni singolo momento della nostra giornata e ci accompagnano facendoci sentire “vivi”. Sono un fenomeno complesso, che coinvolge tutto l’organismo e rappresentano processi di risposta agli stimoli ambientali (luoghi, persone, incontri, noi stessi e relazioni fra tutto ciò) sia interni che esterni.
Siamo naturalmente “programmati” per andare incontro alle emozioni che ci fanno stare bene e per rifuggire le emozioni che ci danneggiano o ci creano disagio.
Una valutazione delle stesse, che dovrebbe essere presente in tutti noi, ci consente di “etichettarle”, di definirle e di individuare in noi e negli altri (chiamata anche empatia) determinati stati emotivi. A tutto ciò consegue sempre una risposta emotiva, sia di tipo fisiologico che comportamentale ed espressivo in una sorta di “gioco di interscambio” fra noi e gli altri.

Le emozioni quindi le esprimiamo e percepiamo in chi ci sta di fronte dall’ espressione del viso, dai movimenti del corpo (o dai suoi “non movimenti” quali la tensione muscolare) e le viviamo in noi grazie anche ai sintomi somatici, come ad esempio l’accelerazione del battito del cuore, la sudorazione delle mani o quella sensazione di fastidio allo stomaco tipica del nostro “sentirci nervosi o irritati” o al contrario di piacevole euforia mista a paura di non piacere quando siamo innamorati e sentiamo “le farfalle nello stomaco”.
Raramente quindi può succedere di trovarci di fronte a eventi o momenti in cui non troviamo le parole per esprimere ciò che “sentiamo” dentro, o non riusciamo a comprendere gli stati d’animo di chi abbiamo di fronte.
Non per tutti è così.

 

Alessitimia, quando le emozioni non trovano le parole
Esiste infatti un deficit della competenza emotiva ed emozionale denominato alessitimia, che letteralmente significa “non avere le parole per le emozioni” (dal greco “a” =mancanza, “lexis”= parola e “thymos”= emozione).

 

Questo termine definisce una sorta di “analfabetismo emozionale” in cui vi è una marcata difficoltà nel riconoscere, esplorare ed esprimere i propri vissuti interiori. Non solo, i soggetti affetti da alessitimia evidenziano un’estrema difficoltà nel riuscire a discriminare fra stati emotivi e sensazioni provenienti dal proprio corpo, tendendo a privilegiare l’azione per esprimere le proprie emozioni.Frequenti ad esempio le esplosioni di collera o di pianto incontrollato, senza apparente spiegazione e con una marcata incapacità nel descrivere i sentimenti prima e durante tali manifestazioni.

I movimenti del corpo sono rigidi e la mancanza di movimenti espressivi del volto ribadiscono un funzionamento emotivo ridotto.
Le persone con alessitimia sembrano ben adattate da un punto di vista sociale ma ciò è solo apparente. Riguardo a ciò vi è una marcata tendenza a stabilire relazioni interpersonali fortemente dipendenti oppure a preferire la solitudine ed evitare gli altri.

L’incapacità di modulare le emozioni e di riconoscerle porta a una tendenza a liberarsi dalle tensioni causate dagli stati emotivi non piacevoli per mezzo di comportamenti impulsivi quali: l’abuso di sostanze, il comportamento sessuale affetto da perversioni e le abbuffate di cibo.

Abbuffarsi di cibo

La ricerca scientifica rileva che un fattore importante per valutare il rischio di bulimia nervosa nelle giovani donne sia la “consapevolezza enterocettiva”, cioè la capacità di distinguere diversi stati del proprio corpo. La “confusione” che molto spesso percepisce chi soffre di questi disturbi, conferma che la difficoltà nel riconoscere e nel rispondere adeguatamente agli stati emotivi ed a certe sensazioni viscerali rappresenta un deficit centrale. Le crisi bulimiche, il vomito autoindotto, l’esercizio estremo (o altri comportamenti spesso associati alla bulimia, quali l’abuso di sostanze e l’eccessiva disinibizione sessuale che indicano tratti borderline) servono unicamente a mascherare gli stati di umore, che sembrano ingestibili.

Le cause dell’ alessitimia

Su quali possano essere le cause dell’alessitimia non vi è ancora una teoria concorde; sembrerebbe che una notevole importanza rivesta l’accudimento materno nei confronti del bambino nel far acquisire a quest’ultimo la capacità di riconoscere ed esprimere le emozioni e di modularsi con quelle materne.
Nelle famiglie delle persone con alessitimia si riscontra un forte coinvolgimento emotivo unito a una mancanza di regole di controllo del comportamento con una scarsa capacità di risoluzione dei problemi.

Il sesso maschile è più predisposto

L’alessitimia sembra manifestarsi di più negli uomini rispetto alle donne, forse perché i maschi vengono “addestrati” sin da piccoli a non esprimere molto le proprie emozioni ed anzi a negarle al mondo perché “non sta bene”. Inoltre, si predilige lo sviluppo di capacità nei giovani uomini legate più alla praticità e alla fisicità che non alla sfera affettiva.

Anche un trauma in età adulta può scatenarla

L’alessitimia, inoltre, può insorgere anche in un periodo della vita successivo all’infanzia, spesso in conseguenza di un trauma subito, anche in età adulta.
Qui l’emozione viene solitamente vissuta come una potente minaccia di un ritorno dell’episodio traumatico stesso, ed ecco spiegato il perché la si rifugga.
In questi particolari soggetti si nota spesso una incapacità di autoaccudirsi, di parlare con sé stessi al fine di consolarsi e di comprendere realmente cosa “accada dentro sé”.

Alla luce di tutto ciò, l’alessitimia appare come un costrutto multidimensionale che pare essere causato da diversi fattori.

Cosa si può fare?

Una persona con alessitimia ha “milioni” di emozioni racchiuse in un cassetto fortemente chiuso a chiave, a doppia mandata.
Qualunque tipo di intervento psicoloterapeutico deve necessariamente dare alla persona una risposta più completa alle problematiche legate ai processi emotivi.
Importante un approccio, come quello offerto presso il centro Emotifood, che ricerchi strategie efficaci per prevenire i molti disturbi psichiatrici associati all’alessitimia e alla mancanza di riconoscimento delle emozioni.

Una strategia utile, a mio avviso, è mirata a favorire l’educazione emotiva, rendere la persona consapevole delle proprie reazioni emotive e della relazione esistente tra pensieri e stati d’animo. Un’educazione affettiva che permetta di riconoscere, contenere e ridurre gli stati emotivi eccessivamente negativi e gestire le altre difficoltà associate alla problematica.

Al Centro Emotifood, sia nella sede di Milano che in quella di Monza, vengono utilizzate le più avanzate terapie cognitive e cognitivo-comportamentali per aumentare le capacità di consapevolezza con specifici protocolli con emotional and interpersonal skill training.